Guida sentimentale ai monti di Avella – I funghi di Campimmo

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Avella, turbine di venti. Il Francesco Guerriero si apre con una disquisizione sulle possibili origini del nome Avella, su cui era stato molto fantasticato. Anche se la derivazione dal greco αελλα“turbine di venti”, non è realtà, una cosa è certa: sulle montagne di Avella si stende nei giorni d’inverno “la tela del vento”, una coperta di nubi, e sulle sue cime le margherite vibrano dal freddo affacciandosi dal crinale. I ruscelli non scorrono più copiosi come prima che la Bocca dell’Acqua venisse incanalata, ma restano lungo il Clanio i ruderi degli antichi mulini. La Valle delle Fontanelle era movimento, turbinìo di pale e di vento, fatto di acqua, aria, fate e molte altre storie.

Adesso che sto scrivendo queste righe è passato quasi un mese da quelle ultime passeggiate nella Valle delle Fontanelle. Fuori piove e l’ombra degli alberi affacciati al balcone si abbatte sui vetri scheggiati dalle gocce infrante. Sembra lontanissimo il ricordo di un’estate in declino, dai giorni corti ma ancora belli, con gli ultimi di settembre, dorati, fatti di funghi ocra e limone, amalgamati con terra morbida e vacche dal pelo bianco polvere, che masticano foglie verde acceso come semafori di città. Dov’è ora tutto questo?

Sicuramente dove l’ho lasciato. Non s’è mai mosso nei decenni e non s’è mosso di sicuro neanche ora. E’ lì, anche se piove. Risalire lungo il Clanio è sempre come risalire in un mondo fantastico, sembra per certi versi, in macchina, di stare su un trenino dell’Edenlandia, anche quella prima che fallisse. Come viaggiare su una piccola vettura appesa a un filo, che entra gradualmente in un mondo pieno di attrazioni, che ti salutano, si muovono, si agitano: per tutto ciò che si vede, sembra siano state messe apposta da qualche nobile del passato per stupire i bambini.

Capo di Ciesco, Grotta di San Michele, Dente della Fata, primo Mulino, secondo Mulino, terzo Mulino… Vacche che ti salutano, piccoli abitanti e pastori, e poi pecore e persone che prendono l’acqua, e cani, aquile e rocce leggendarie.

Non c’è dubbio sul fatto che questa sia una risalita verso l’infanzia. Ma non è un’infanzia melodrammatica, assolutamente. E’ un’infanzia che è sempre rimasta là in mezzo ai sassi del fiume, pure se ora si sono asciugati. E’ vera, concreta, non lascia neanche il tempo di perdersi in sogni e quisquilie. Non c’è più spazio per queste cose nella Valle delle Fontanelle. L’effetto che ha, a volte, è che a starci troppo dentro non se ne vuole più sapere, mentre quando ce ne si allontana, Avella assume colori pastello e muta in paesaggi e malghe del Trentino. Ma qual è la realtà? Cosa rimane oggi della Valle delle Fontanelle? Ecco perché continuo a fare ordine nella memoria. In modo che nessuno la spazzi via, e che non venga offuscata dalla tela del vento, che seppur non pericolosa, è pur sempre una nebbia che la nasconde alla vista.

E’ un sabato pomeriggio di settembre. Salendo dal Mulinello, dove c’è un antico mulino, s’incontra per primo Capo di Ciesco, la grande roccia sulla destra che segna l’ingresso nella Valle delle Fontanelle. Più avanti, risalendo il fiume Clanio, si susseguono altri antichi mulini, tra i più importanti c’è il Molino Sant’Antonio.

Lasciata la grotta di San Michele sulla sinistra (quella che ha ricevuto, tra le altre cose, la recente visita di Vittorio Sgarbi), e che andrebbe inserita a pieno titolo in una lista di luoghi dedicati al culto di San Michele,insieme a Mont Saint-Michel in Normandia, il santuario di San Michele sul Gargano in Puglia ed altri, da visitare nel giorno degli Arcangeli, 29 Settembre, appare poi, bellissima ed affascinante, la roccia del Dente della Fata. E’ una valle piena di leggende. Siamo nel Vallone Sorroncello. Spunta un ultimo molino ancora, prima di fermarci e parcheggiare l’auto.

Il Clanio è completamente asciutto, perlomeno lo è in questo periodo, e non buttano l’acqua neanche le fontane. Ci fermiamo in fondo a tutto, dove non si può più proseguire oltre in auto. La salita sul trenino del luna park è finita.

Da questo slargo si vedono, imperiose, le Rocce della Falconara, dalle sommità boscose, e sono ben visibili Sella di Puntone e Ciglietelle di Puntone. Poi il Ciesco della Rosa, la roccia della Palla (anche se esiste un’altra roccia della Palla, gemella, più avanti, ma non in corrispondenza del Vallone della Palla), la strada della panoramica che porta al Ciesco della Rosa a prendere il tesoro dei briganti, la località Pianura, ora tutta bruciata, dalla quale si può salire al Ciesco Alto e a Sella di Puntone.

Dopo aver parcheggiato, a piedi, attraversato un campo di menta molto apprezzato da bombi pelosi, saliamo su una gobba polverosa in un sentiero appena percorso da due motociclette e qualche auto. Il sentiero si dirama subito. E’ possibile da qui andare alle Tore oppure a Campimmo, cioè in cima a quell’altura infarinata, che poi in pratica le Tore e Campimmo sono due parti della stessa collina.

S’incontrano tantissimi pungitopo e funghi, principalmente velenosi, poi rosa canina, piracanta, ciclamini, felci, ricci di castagne e faggi. Si può osservare perfettamente, qui salendo, la stratigrafia del terreno con i lapilli delle varie eruzioni vulcaniche.
La natura è sempre stata generosa nella valle, ancora di più lo era quando l’acqua abbondava. Osserviamo però diversi furti di alberi avvenuti da poco.

A un certo punto riconosciamo una jeep che sta salendo per la stessa strada che stiamo percorrendo a piedi. Dentro c’è una giovane coppia che di sabato pomeriggio, anziché andare a fare shopping, ha deciso di andare a funghi. La caratteristica delle persone di questi luoghi è che nonostante gli studi, non rinunciano mai alla terra. C’è chi in questo ha maggiore consapevolezza, chi meno. Per buona parte di loro dedicare del tempo alla terra e alle montagne non è dettato dalla necessità, ma è un atto di sensibilità, dovuto evidentemente a qualcosa che è rimasto scritto nel loro DNA.
Si trovano disseminati, alcuni abbandonati dopo essere stati colti come cagnolini zoppi senza padrone, funghi di vari colori: giallo limone, rosa, bianchi, rossi. Dei ciclamini s’alzano dritti sui loro gambi infreddoliti, lunghi steli di attrici, poi compaiono pungitopi femmina e maschio, con bacche rosse e senza.

Quando arriviamo alla zona del taglio il paesaggio di nuovo si apre, il cielo azzurro si stende e s’avvolge, con Campimmo e i suoi cespugli sparsi al di sotto, qualche pezzo di nuvola fila nel cielo. Ci sono more ancora rosse e l’incontro del giorno è una farfalla marrone, più grande di altre, con due occhielli sulle ali. Ci sono alberi dai fiori morbidi color nocciola e ginestre gialle. I sentieri si diramano spesso, ben conosciuti da alcune vacche che passeggiano parallelamente al nostro tracciato, camminando precise verso la Valle della Peschiera.

Da dove ci troviamo si può continuare fino alle Rocce della Falconara e ai Tre Castagni, ma in realtà i percorsi non sono più chiari e segnati da anni. Oltre alle mucche, Campimmo è densamente popolato dalle persone che sono in preda, d’autunno, a questa comune Febbre del Fungo: decine di macchine, tutte lì, quel giorno e i giorni vicini sfornano persone alla ricerca di un fungo per ciascuno. Difficile trovarne di più vista la concorrenza. Pochi, ma buoni: incontriamo uno zio col nipote che hanno appena trovato un ovulo enorme e qualche porcino, e poi ritroviamo, gioiosi, la nostra coppia amici, con due porcini immensi fra le mani, che alla fine in un gesto di estremo affetto daranno a noi. Difficile avere un regalo più bello: a volerlo comprare, non si potrebbe. Come l’amore.

(Valentina Guerriero) 

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