SANT’Oggi. Venerdì 18 agosto la chiesa celebra sant’Elena, sant’Agapito di Praeneste e beato Martín Martínez Pascual

SANTOggi. Venerdì 18 agosto la chiesa celebra sant’Elena, sant’Agapito di Praeneste e beato Martín Martínez Pascual

SANTOggi. Venerdì 18 agosto la chiesa celebra sant’Elena, sant’Agapito di Praeneste e beato Martín Martínez Pascual
a cura di don Riccardo Pecchia
Oggi 18 agosto la chiesa celebra sant’Elena imperatrice (al secolo Flavia Iulia Helena), nacque a Drepanum in Bitinia (attuale Turchia) nel 248-250. Suo figlio Costantino rinominò infatti la città in Helenopolis (città di Elena) in onore della madre. Il tribuno Costanzo Cloro nel 270 se ne innamorò e la sposò e dalla loro unione nacque Costantino, la loro unione continuò fino al 293, quando Costanzo venne nominato Cesare da Diocleziano, che lo obbligò a ripudiare Elena, essendo incompatibile per la sua nobiltà acquisita dall’unione coniugale, essendo lei di origine plebea, e dover sposare la figliastra dell’imperatore SANTOggi. Venerdì 18 agosto la chiesa celebra sant’Elena, sant’Agapito di Praeneste e beato Martín Martínez PascualMassimiano, Teodora, allo scopo di cementare, con un matrimonio dinastico, l’elevazione di Costanzo a Cesare. Elena non si risposò, e visse lontano dalle corti imperiali, sebbene fosse vicina a Costantino, che per lei aveva un affetto particolare. Elena subì l’umiliazione, con la perdita della sua famiglia, del marito, del figlio e della rilevante posizione sociale che aveva, ma si ritirò in silenzio e umiltà, senza recriminare, conducendo vita esemplare. Quando Costantino fu proclamato imperatore nel 306, dopo la morte di Costanzo, fece richiamare la madre a corte e le venne dato ogni onore, le fu dato il titolo di Augusta nel 324. Elena nel frattempo si era convertita al cristianesimo. Elena interpretò la sua nuova parte nel senso migliore: potendo attingere al tesoro imperiale se ne servì facendo del bene: nei suoi viaggi soccorreva quanti avevano bisogno, provvedendo alle necessità addirittura di città intere. Dalle sue mani passavano fiumi di beni, alimenti, indumenti, denaro per i bisognosi e provvide a liberare prigionieri dalle carceri, dalle miniere, a rimpatriare esiliati. A questo accompagnò una vita esemplare, una modestia, una grande umiltà, disdegnando il lusso e gli agi della sua condizione. Vestiva modestamente e si confondeva con la gente comune per partecipare alle funzioni religiose, invitando gl’indigenti alla sua tavola e servendoli con le sue mani, come un giorno faceva alla locanda paterna. A 78 anni, nel 326, Elena intraprese un pellegrinaggio penitenziale nei Luoghi Santi di Palestina. Qui si adoperò per la costruzione delle Basiliche della Natività a Betlemme e dell’Ascensione sul Monte degli Ulivi. La tradizione narra che Elena, salita sul Golgota per purificare quel sacro luogo dagli edifici pagani fatti costruire dai romani, scoprì la vera Croce di Cristo, perché il cadavere di un uomo messo a giacere su di essa ritornò miracolosamente in vita. Insieme alla Croce furono ritrovati anche tre chiodi, i quali furono donati al figlio Costantino, forgiandone uno nel morso del suo cavallo e un altro incastonato all’interno della famosa Corona Ferrea, conservata nel duomo di Monza. L’intento di Elena era quello di consigliare al figlio la moderazione ed indicargli che non c’è sovrano terreno che non sia sottoposto a Cristo; inoltre avrebbe indotto Costantino a costruire la Basilica della Resurrezione. Elena morì assistita dal figlio Costantino in un luogo non identificato. Morì verso il 329, a 80 anni.
SANTOggi. Venerdì 18 agosto la chiesa celebra sant’Elena, sant’Agapito di Praeneste e beato Martín Martínez Pascual18 agosto: sant’Agapito di Praeneste, nacque a Praeneste (Palestrina) intorno alla seconda metà del III secolo d.C., da una famiglia di alto rango. In giovane età venne avviato agli studi di diritto romano, per questo dovette trasferirsi a Roma. Qui, insieme alle leggi, apprese anche i primi fondamenti della vita di Cristo, attraverso gli insegnamenti del suo maestro Porfirio. Agapito si convertì subito alla religione cristiana, da seguace cadde vittima delle persecuzioni. Arrestato, fu condotto davanti all’imperatore Aureliano che lo esortò a rinunciare alla fede, chiedendogli di sacrificare agli dei, come prova del suo rinnegamento. Agapito, però, oppose il suo fermo rifiuto alla richiesta fattagli da Aureliano e allora quest’ultimo ordinò di punirlo. Il Prefetto di Roma, Flavio Antioco, venne incaricato di seguire direttamente i supplizi e di eseguire la sentenza di morte nel caso in cui il giovane non avesse ritrattato. Le pene inflitte ad Agapito si fecero sempre più crudeli. Venne lasciato senza cibo e acqua per giorni interi. Risultate vane queste ultime, si decise di rovesciargli addosso un vaso pieno di braci ardenti. L’azione, però, non diede l’effetto desiderato: Agapito, invece di urlare per il dolore, alzò con limpida voce un ringraziamento a Dio. Irritato il Prefetto ordinò di legarlo ad un albero a testa in giù e di esporlo alle fiamme di un focolare. Anche questo supplizio non sortì gli effetti desiderati. Passati cinque giorni, si credeva che oramai il giovane fosse morto per i patimenti subiti, il Prefetto si trovò davanti uno spettacolo che andava oltre ogni sua previsione: il giovane era slegato ed in buona salute, le ferite del corpo sanate, il corpo coperto da una candida veste. A quanto pare il suo Dio non l’aveva abbandonato ed aveva inviato a lui un angelo affinché lo sciogliesse dai suoi affanni. Le condanne inflitte al corpo di Agapito, compresa quella di rovesciargli addosso acqua bollente, non solo non diedero il risultato sperato, ma anzi, convinsero chi era vicino a lui della sincerità delle sue parole: il suo carceriere, di nome Anastasio, dopo aver assistito a tali atti di fede si convertì. L’Imperatore decise quindi di far tornare Agapito nella sua città d’origine, la quale ancora vantava uno dei più grandi santuari del paganesimo, il santuario della Dea Fortuna Primigenia, forse sperando, che tale visione, avrebbe potuto riportarlo alla ragione, ma, rifiutandosi ancora di adorare le divinità romane, venne decretato che in occasione di pubblici giochi, che a Praeneste si svolgevano alla metà del mese di Agosto, il giovane fosse condotto nell’anfiteatro della città e dato in pasto ai leoni. Ancora una volta il divino aiuto accorse affinché non fosse fatto scempio del corpo del giovane e tutti poterono vedere le feroci belve che invece di sbranarlo si limitarono a leccare i piedi, questo fu veramente troppo per i funzionari imperiali che ne decretarono la morte definitiva. Agapito fu decapitato fuori dalle mura della città. Morì il 18 agosto 274, a 15 anni; patrono di Palestrina.
SANTOggi. Venerdì 18 agosto la chiesa celebra sant’Elena, sant’Agapito di Praeneste e beato Martín Martínez Pascual18 agosto: beato Martín Martínez Pascual, nacque a Valdealgorfa (Spagna) l’11 novembre 1910, da una famiglia onesta e cattolica. I genitori si sforzarono con il loro matrimonio di instillare sani valori ai 3 loro figli, educandoli nella fede cristiana e nella semplicità. Da bambino era vivacissimo ma, allo stesso tempo, molto religioso, incoraggiava gli altri ragazzi a essere buoni e pregava con loro, dimostrando le caratteristiche di un vero trascinatore. Nel 1919, a 9 anni, ha fatto da chierichetto nel convento delle Clarisse, vicino a casa sua. Fu colpito da come queste religiose si inginocchiavano e trascorrevano lunghe ore in preghiera adorando Gesù Sacramentato. Questo influenzò la scelta per la sua vita verso il sacerdozio. Mentre i suoi genitori desideravano che entrasse nella Guardia Civile, la polizia di stato spagnola, ma lui aveva in mente qualcos’altro. Sull’esempio del suo parroco, don Mariano Portolés Piquer, voleva diventare sacerdote. Così, dietro suo invito, entrò nel Seminario Minore di Belchite e in seguito nel Seminario Maggiore di Saragozza. Dal momento che Martin lesse i libri di santa Teresa del Bambino Gesù desiderò essere un missionario. Dopo il quarto anno di teologia nel Seminario di Saragozza, nel 1934, e ottenuta l’autorizzazione dell’Arcivescovo, domandò di essere ammesso nella Fraternità Operaia del Sacro Cuore di Gesù, fondata dal beato Manuel Domingo y Sol, e terminò l’ultimo anno di teologia a Tolosa. Ordinato sacerdote il 15 giugno 1935. La sua prima e unica destinazione fu il Collegio San José de Murcia, come educatore, e contemporaneamente venne incaricato d’insegnare latino al Seminario di San Fulgencio. Terminato l’anno scolastico, Martín si diresse a Tortosa, per alcuni giorni di Esercizi Spirituali, dal 26 giugno al 5 luglio 1936. Successivamente, andò in vacanza nel suo paese. Proprio in quel periodo, tuttavia, stava per esplodere la violentissima persecuzione antireligiosa insieme alla guerra civile spagnola. Fino al 26 luglio, Martín poté vivere in piena luce, ma in quel giorno arrivarono a Valdealgorfa alcuni miliziani provenienti da Alcañiz. Sapendo di essere in pericolo di vita, si nascose a casa di una cognata e mise in salvo le sacre specie del tabernacolo del convento del paese. Alcuni giorni dopo, a causa di un bando che obbligava quanti nascondevano sacerdoti a consegnarli, pena l’arresto di tutti gli uomini della famiglia ospitante, dovette nuovamente fuggire. Un suo amico lo nascose nel pagliaio della sua abitazione: quando i persecutori arrivarono, non lo trovarono proprio perché si era rifugiato nel pagliaio. Per precauzione, l’amico lo condusse in un podere a tre chilometri dal paese e lo fece riparare in una caverna. Martín vi trascorse il tempo che gli rimaneva in continua orazione, preparandosi al martirio. Il 18 agosto, di prima mattina, venne emanato il terzo bando per la consegna dei sacerdoti. I miliziani catturarono tutti i sacerdoti presenti a Valdeagorfa, però mancava proprio Martín. Ne fece le spese suo padre, che venne arrestato, ma prima mandò a dire al figlio, tramite un’amico, di scappare. La reazione del sacerdote fu l’esatto contrario: si presentò di corsa alla sede del Comitato cittadino, portando con sé il Santissimo Sacramento. Quando giunse in prigione, dove si trovavano gli altri sacerdoti, diede a tutti la comunione. Prima di morire, come ultimo desiderio disse queste parole, rivolte ai suoi assassini: «Non voglio altro che darvi la mia benedizione affinché Dio non vi imputi la follia che state per commettere». Dopo averli benedetti aggiunse: «E ora lasciatemi gridare con tutte le mie forze: viva Cristo Re!». Fu fucilato vicino al cimitero del suo paese Valdealgorfa. Morì il 18 agosto 1936, a 25 anni.