Baiano. Stefano Sgambati, in carriera alla City University of London

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di Gianni Amodeo

Significativi e interessanti per la qualità di approccio e approfondimento analitico, gli sviluppi degli studi e della ricerca in Sociologia economica e geopolitica in cui è impegnato Stefano Sgambati, che, a poco più di trent’anni, approda a pieno titolo di merito e competenze nell’organico dei docenti del Dipartimento di politica internazionale della City University of London, tra le dieci Università più rinomate del Regno Unito, e tra le più prestigiose del mondo con la sua vivace e giovanile platea multiculturale e plurietnica nella Città cosmopolita per antonomasia, qual è Londra appunto; approdo che conclude il percorso del lettorato triennale, aprendo l’itinerario dell’esercizio della docenza a tempo indeterminato e la sottoscrizione del contratto specifico ch’è di forma privatistica, secondo il peculiare modello delle più importanti e qualificate Università  del Regno Unito, ma anche degli States dell’America anglosassone, che, com’è noto, sono in competizione per attrarre il personale docente migliore per competenze e conoscenze, a garanzia della validità della formazione da assicurare alle giovani generazioni che ne frequentano campus e college; competizione aperta, il cui apice valoriale è costituito solo ed esclusivamente dal merito, conclamato e riconosciuto, secondo parametri severi e verificati per metodologia, aggiornamenti, spirito innovativo, inclusa l’eccellente padronanza della lingua inglese, parlata e scritta.

Baiano. Stefano Sgambati, in carriera alla City University of London
Stefano Sgambati

E’ un bel passaggio  di carriera, per il professore Stefano Sgambati, che  tiene cattedra nei corsi di studio per il conseguimento dei titoli di laurea triennale e quadriennale – undergraduate– e  per l’acquisizione dei titoli di dopo laurea – post graduate– riferiti ai Master di specializzazione e ai Dottorati di ricerca, con durata di un anno o biennale. Per la prima fascia di docenza, i corsi, in cui Sgambati è attualmente impegnato  vertono su The making of the modern world economy e su Global money and finance; per la seconda fascia, su Global capitalism: past, present and future  e su Political economy of global finance.

In parallelo, con le attività di docenza, Stefano Sgambati  con la pubblicazione di articoli e saggi collabora in modo costante e proficuo con le riviste specializzate internazionali, che alimentano il discorso scientifico sulla  Sociologia economica, nelle cui coordinate si “legge” tanta parte delle dinamiche della Società aperta e mondializzata contemporanea. E nell’ambito dell’attività pubblicistica di particolare rilievo è l’articolo di recente pubblicazione, apparso sulla Review International of political economy, in cui Sgambati focalizza i profili e le funzioni della cosiddetta “leva finanziaria”, “The art of leverage”, fulcro dell’operatività del sistema bancario.

Dell’articolo, scritto in inglese, si fornisce lo schema, desunto dalla traduzione in italiano, per una lettura che  procura utili elementi di informazione e di conoscenza del fenomenobanche, facendo la tara proprio al “levarage”, aspetto fondamentale della prassi bancaria, che resta ancora poco compreso. In realtà, il  “levarage” è  la capacità di incrementare la propria esposizione debitoria sulla base di una certa quantità di capitale. Come dire che si fa ‘leva’ ogni qualvolta si compie un investimento, in parte con capitale proprio, in parte con moneta presa in prestito.

Baiano. Stefano Sgambati, in carriera alla City University of LondonSebbene siano inquadrati come ‘creditori’- essendo fornitori  di liquidità e quindi facilitatori della “leva” finanziaria altrui-, gli Istituti bancari sono Maestri nell’arte del “leverage”. Di fatto,  mentre  imprese, famiglie e governi finanziano i propri asset di spesa, con un misto bilanciato di capitale proprio e/o azionario e denaro preso in prestito, con coefficienti di “leva finanziaria” bassi, che non superano il valore di 1, ovvero 50 per cento debito e 50 per cento del proprio capitale   azionario, le banche, invece, espandono i propri bilanci su una base di capitale  irrisoriariuscendo a raggiungere coefficienti di “leva finanziaria superiori a 15, e senza prendere in considerazione le attività finanziarie fuori bilancio del sistema bancario ombra, il cosiddetto shadow banking. Sotto i riflettori, l’articolo pone le modalità e i meccanismi con cui le banche si sono venute arricchendo costantemente e in misura crescente negli ultimi decenni sempre di più, avendo escogitato nuove tecniche di ingegneria finanziaria, in virtù delle quali sono state in grado di dilatare i propri bilanci e di riconciliare la domanda di consumo con gli investimenti sul mercato dei capitali, ponendo i debiti dei consumatori -mutui e prestiti alle famiglie- e i debiti sovrani a garanzia della liquidità dei mercati finanziari.

   Debiti pubblici e privati sono diventati la materia prima di un’industria finanziaria, in grado di mimetizzarsi dietro l’immagine neutra e sfocata dei mercati finanziari.  mimetizzarsi dietro l’immagine neutra e sfocata dei mercati finanziari.  E, a loro volta – questi ultimi- sono spesso evocati a mo’ di spettro –qual è quello del capitalismo-,costituendo,in realtà, l’infrastruttura globale  funzionale alla  produzione e compravendita di debiti; un’infrastruttura che corrisponde ad un enorme tavolo di gioco le cui regole – non scritte-non sono definite dai criteri astratti di domanda e offertama sono dettate dal sistema che ha per epicentro in Wall Street. E così il sistema bancario globale non si occupa semplicemente di intermediazione, ma svolge un chiaro mandato di “ marketmaking”. Nella sostanza, le principali banche globali fungono da “dealers”, ovvero sono strutture di commercializzazione sempre pronte a negoziare e rinegoziare debiti altrui per conto terzi e, in maniera crescente, per conto proprio.

Su questa scia argomentativa, l’articolo marca la consistenza e la tenuta del sistema  che, ad iniziare  dagli anni Ottanta, ha generato  enormi profitti, considerevoli  plus valenze e allettanti  opportunità per speculatorimultinazionali eça va sans direbancheAl contempo, però, il numero delle crisi finanziarie si è moltiplicato: dalla crisi del debito latino-americana degli anni Ottanta alle crisi finanziarie degli anni Novanta che hanno colpito le Tigri del SudEst Asiatico, senza dimenticare bancarotte nazionali, bolle finanziarie e susseguenti crash del primo decennio del 2000.

 

Le banche, commercianti di debiti altrui.  Danno le carte e partecipano al gioco   

 

Le banche contemporanee sono sempre più  “dealers”, come s’è detto, che commercializzano debiti altrui. Ed è un dato chiaro ed acquisito, ma sfugge alla comune cognizione un dettaglio di non poco conto-  sottolinea Sgambati-, ed il dettaglio per il quale, a differenza di mazzieri o cartai in altri giochi d’azzardole banche danno le carte e, nello stesso  tempo, partecipano al giocoNon solo e c’è di piùle banche producono le carte stesse che vengono poi servite sul mercato monetario, di cui la “cartolarizzazione” è una rappresentazione compiuta. Sotto questo profilo, l’articolo di Stefano Sgambati piuttosto che presentare una visione funzionalista ed economicista delle banche, intese quali  intermediari finanziari per conto terzi, puntualizza e ribadisce con acutezza di analisi la dimensione politica e storica del fenomeno bancario contemporaneo, in quanto prassi di arricchimento per conto proprio. Interessanti in questa visione, sono gli strumenti euristici che l’articolo tratteggia e che offrono un’esauriente chiave di lettura per comprendere il rapporto banchemercati e teorizzare come questo rapporto generi letteralmente denaro.

L’idea di fondo sviluppata nello studio di Stefano Sgambati pone in risalto i meccanismi sistemici, per i quali nell’era della cosiddetta “disintermediazione finanziaria” e dell’ascesa dei mercati finanziari globali, le banche abbiano acquisito un ruolo ancor più centrale nei processi di creazione del denaro ed abbiano accresciuto la propria capacità di fare i soldi facendo leva sui mercati finanziari e diventando, al contempo, più potenti e, paradossalmentepiù indebitate.

Nel caso dei governi, la spesa pubblica viene finanziata in parte dal gettito fiscale, in parte dall’emissione di titoli di stato. Eloquente, l’esempio citato dall’autore: nel 2018 la spesa pubblica federale del governo USA è stata di 4,110 miliardi di dollari. Le entrate fiscali sono state di 3,330 miliardi dollari. Il resto della spesa-circa un quinto- è stato finanziato attraverso un aumento del debito federale pari a 779 miliardi di dollari.

 

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