Baiano. Tracce del primo ‘900. ll visionario progetto del “Ricovero dei poveri” e dell’”Ospedale di Santo Stefano”

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di Gianni Amodeo

I poveri, la filantropia di don Andrea Ferrara, la fede e la carità degli emigrati Oltre Oceano e della comunità cittadina 

Nel calendario delle vicende cittadine è cerchiato in rosso  il 24 aprile del 1926,il giorno che simboleggia l’atteso e ben augurale impulso di accelerazione per far costruire l’Ospedale di Santo Stefano, ideato quale piccolo ed accogliente presidio medico-sanitario e assistenziale, coerente con le esigenze e i bisogni sociali del tempo, sia della comunità che del territorio,con attenzione mirata sulle tutele per i meno abbienti. E’ il giorno del viaggio, che dal porto di Napoli intraprende il parroco don Andrea Ferrara, insieme con Pietro Mancini  tra i più attivi della folta schiera degli zelanti e fattivi promotori delle iniziative ProOspedale. Meta della lunga traversata oceanica protrattasi come d’uso per circa un mese, New York, per incontrare i componenti del Comitato, che si era costituito con l’impegno di raccogliere offerte e contributi in dollari per la realizzazione dell’opera.

Era il Comitato di volontariato rappresentativo dei tanti baianesi emigrati negli States, a cavallo dell’800 e del ‘900 per il Grande esodo, di cui furono protagonisti alcuni milioni, soprattutto tra italiani del Sud, del Veneto e nordeuropei, per realizzare le aspettative dell’umana esistenza nella dignità sociale e nelle civili libertà che solo il lavoro conferisce e permette di vivere, fuggendo dal “Vecchio continente” sempre eccitato da quelle inquietudini che l’hanno attraversato nei secoli, generando conflitti permanenti e che poco dopo, neanche a dirlo, si logorerà nella della prima guerra mondiale, nefasto e crudele prologo dell’immane tragedia della seconda, senza soluzione di continuità. Il Comitato era presieduto dal medico Pasquale Peluso, valente professionista ben stimato per le competenze specialistiche e il calore umano con cui si rapportava verso i pazienti, ed era composto dai sig.ri Giuseppe Russo, Pietro Peluso, Carlo Canterella, Pasquale Masi, Gaetano Gallicchio, Feliciano Acierno, Domenico Cammisa. E giova ricordare che a tutte le donazioni, piccole o grandi che venivano fatte dagli emigrati d’ Oltre Oceano e dalle famiglie della comunità cittadina a sostegno di tutte le iniziative e attività incentrate sul Santuario del Levita, era assicurata la più ampia notorietà e diffusa pubblicità possibile, segnatamente con l’indicazione delle entità delle donazioni e delle generalità dei donatori nelle pagine de “Il Primo Martire!”, il periodico della comunità parrocchiale, le cui pubblicazioni iniziate nel 1908, saranno interrotte negli anni ’30 senza più essere riprese.

I suoli offerti per l’ampliamento del Santuario

Il viaggio che don Andrea Ferrara e Pietro Mancini fecero 94 anni fa Oltre Oceano assume valore di rilevante pubblico interesse, se si connette, com’è opportuno e giusto che sia, con il deliberato del 10 febbraio del 1926 dell’amministrazione comunale, sottoscritto dal commissario prefettizio pro tempore,il dottor Agostino Masi, che rendeva spendibile il finanziamento di 3000 mila lire per “l’erigendo Ospedale di Santo Stefano”, agevolando anche le relative procedure esecutive per l’allestimento del cantiere. Era il robusto e generoso viatico, per attuare un obiettivo decisamente eccezionale che, tuttavia, non va “letto” in sé e per sé, quale occasionale ed estemporanea scelta del momento, costituendo,invece, la seconda fase dell’impegnativo e meditato  progetto sacro e civile, ch’era venuto  disegnando lo stesso don Ferrara e che il provvedimento dell’amministrazione non solo  avvalorava con il sigillo del riconoscimento, ma lo faceva anche proprio, condividendone l’importanza di moderna utilità e funzione sociale sia per la cittadinanza che si aggirava sui tre mila abitanti, sia per le comunità del territorio.

  Era  lo sguardo di prospettiva e lungimiranza, quello della seconda fase  Pro-Ospedale che integrava e completava la prima fase, correlata con gli interventi  già attuati e completati nel giro di pochi anni, a far data dal 1910, funzionali al restauroalla risistemazione e all’ampliamento della Chiesa parrocchiale, con impianto basilicale a tre navate, ch’era stata consacrata sul finire del ‘700 al culto di San Stefano Protomartire della Cristianità. Un programma di interventi, la cui realizzazione fu resa praticabile e favorita dalla disponibilità dei suoli necessari, donati di fatto al Santuario da benefattrici e benefattori quale atto di fede verso Santo Stefano; una scelta di liberalità, affidata alla sottoscrizione di tre distinti atti  di compravendita in scrittura privata, datati al 13 marzo del 1913, con cui il parroco don Andrea Ferrara, in rappresentanza del Santuario, comprava formalmente per 50 lire ciascuno dei suoli indicati nella mappa catastale ed oggetto del rapporto  per il complessivo controvalore di 150 lire  che contestualmente gli venivano rese, a titolo di offerta per le opere da eseguire.    

Eretta ai piedi della collina di Gesù e Maria, versante Est-Ovest nella località Mastrilli, toponimo evocativo della potente famiglia feudataria dominante nell’area nolana dal ‘500 al ‘700 con vasti possedimenti terrieri e diffusi privilegi di casta, la Chiesa parrocchiale del Santo Levita era stata edificata sulla preesistente Cappella costruita nel ‘500, dedicata a San Vito,San Rocco e alla Madonna delle Grazie, e caratterizzata dagli ancora esistenti ipogei utilizzati per le sepolture secondo le antiche pratiche ed usanze, rimosse e abolite per ragioni igieniche e sanitarie dalla legislazione cimiteriale adottata da Napoleone in applicazione  delle disposizioni modello  dell’Editto di Saint Cloud del 1804. Il programma dei lavori, da cui fu interessato il complesso ecclesiale per l’ampliamento e il restauro, determinando una maggiore e più funzionale disponibilità di ambienti e spazi per le cappelle e la Casa canonica, seguì le coordinate del progetto elaborato dall’esperto e prestigioso ingegnere Felice Ippolito, con studio professionale a Napoli e ascendenze familiari a Mugnano del Cardinale; ed è l’ingegnere Ippolito autore, a sua volta, del progetto con cui nello stesso arco temporale, ad Avella, veniva costruito l’edificio delle Scuole elementari di piazza Convento, che ancora conserva integro l’originario impianto costruttivo nel segno della classica linearità architettonica, che lo connota quale pregiato elemento urbano incastonato nel tessuto del centro antico della città del Clanio, eccellente testimonianza di edilizia pubblica, che un tempo era sottoposta ai rigorosi controlli del Genio civile di Stato costituito da personale tecnico severamente selezionato e di alta professionalità. Altre usanze e costumi di senso dello Stato.

 Il buon esito della missione, ma l’Ospedale restò  un sogno    

Il viaggio Oltre Oceano  ebbe gli effetti attesi, con positivi  riscontri, sul piano dell’ospitale accoglienza e delle donazioni che il Comitato aveva raccolto e che si continuarono a raccogliere nel tempo. Le finalità della missione presentate da don Andrea Ferrara  avevano fatto breccia, così come già avevano fatto nel cuore e nella mente della comunità cittadina, suscitandone gli entusiasmi. Ma com’era nata l’idea di realizzare l’ ”Ospedale di Santo Stefano”?

La risposta è nelle scarne ed efficaci riflessioni che don Andrea Ferrara affida ai testi pubblicati su “ Il Primo Martire!”, che diventa l’organo di promozione delle iniziative Pro Ospedale; riflessioni di rapida scrittura e di concisa plasticità descrittiva, con cui racconta lo stato di sofferta marginalità e di precario disagio disperante, in cui versano  i poveri della comunità e che vivono in squallidi abituri più che in abitazioni, dormendo su improbabili giacigli di paglia. Sono i poveri, che vivono abbandonati alla propria sorte e soli con se stessi, dei quali don Ferrara  conosce il tormentato dramma del vivere aggravato spesso da malattie varie, per non dire dell’aggressività delle frequenti febbri da cui sono segnati. E si sofferma sulla morte dei poveri in solitudine e nello stato d’indigenza assoluta. E’ un quadro di sofferenze ch’è difficile lenire e mitigare con le prestazioni del medico condotto, per quanto operoso e attivo, e le mille lire che l’amministrazione comunale investe annualmente per l’acquisto dei farmaci da donare ai bisognosi; un inquietante scenario che non si può soltanto osservare, senza nulla fare.

Da sempre, l’inettitudine e l’indifferenza verso il male e la sofferenza costituiscono gravi colpe sociali sia per la laica moralità che per i canoni dell’etica cristiana, come nella situazione che turbava profondamente il parroco Ferrara. Erano inammissibili e intollerabili. Ed allora, ecco che don Ferrara  elabora in un primo slancio filantropico l’idea di realizzare una struttura da destinare al  “Ricovero dei poveri”, per poi abbozzare nei successivi scritti l’idea dell’”Ospedale di Santo Stefano” che sia inclusivo del “Ricovero”.  Va da sé  che la terminologia, di cui si avvale don Andrea Ferrara nel rappresentare le proprie idee e il “che fare”,  debba essere contestualizzata per i significati che esprime nei primi decenni del ‘900, quando le articolazioni del Welfare State e del Servizio sanitario nazionale, conquiste sociali della democrazia plurale  e dello Stato repubblicano non erano neanche concepite e sarebbero diventate soltanto concreta realtà circa mezzo secolo dopo. Così il “Ricovero” è inteso come luogo idoneo ad assicurare accoglienza e ospitalità decorose, mentre per  l’”Ospedale” il senso della misura è ben presente nel dinamico e volitivo parroco, tanto che non scrive di corsie, sale operatorie e quant’altro di affine, com’è nella configurazione di una normale struttura ospedaliera, ma evidenzia le esigenze di apprestare un luogo di prime cure e di assistenza medica, quasi un poliambulatorio, come si direbbe con linguaggio corrente nei nostri giorni. Sono istanze minime, ma di essenziale assistenza, quelle che albergano nel pensiero di don Andrea Ferrara.

 La realizzazione immaginata era possibile, edificando l’”Ospedale di Santo Stefano” in uno dei siti “donati” che, però, non era di stretta pertinenza con il corpo di fabbrica del complesso ecclesiale che con l’ampliamento era stato anche arricchito all’interno con altari e marmi decorati, le ben curate ed agili arcate delle navate, per non dire dell’arreda formato dai pregevoli infissi e dalla fine lavorazione artistica e artigianale delle suppellettili in legno, tra cui spiccavano nell’anti-sacrestia e nella sacrestia  una maestosa  scrivania, imponenti armadi, spaziose e sontuose scaffalature di biblioteca, mentre l’aula liturgica era attraversata da solidi banchi.

  Fu così che l’attivazione del cantiere ProOspedale  si concretizzò sul finire degli anni ’20. Le donazioni dall’estero e quelle della comunità, ora più cospicue ora meno, assicuravano la necessaria copertura economica per il programma dei lavori previsto, anche se subì frequenti interruzioni per tutto l’arco degli anni ’30. Un percorso che, tuttavia, permise di realizzare l’intero rustico del fabbricato, con ampio portone d’ingresso,   ambienti e camere pavimentate  che si sviluppavano su una superficie estesa circa 400 metri quadrati  destinati all’ “Ospedale” propriamente detto, alla cui area di pertinenza en plein air  si accedeva dall’apposita scalinata in grigio basolato, sulla destra dello “Stradone” ad una decina di metri dal Sagrato del Santuario.

Ma per una strana e convulsa involuzione sullo scorcio finale degli anni ‘30, con la guerra  che ormai  incalzava, procurava incertezze e preoccupazioni, il progettoOspedale, sembrò non riscaldare più i cuori della comunità e  cominciò a perdere slancio e vigore, forse anche perché si veniva esaurendo il flusso delle donazioni per le ristrettezze dei difficili tempi che correvano; e finì per essere rimosso dalla coscienza cittadina perfino il completamento del rustico, restato  un informe e grande blocco di pietre tufacee, con scantinato e piano rialzato senza mai assumere l’auspicato rango dell’“Ospedale di Santo Stefano”, ideato e immaginato da don Ferrara, conservando,invece e a lungo nella corrente parlata locale, le disadorne sembianze, per le quali era chiamato  “ ‘O spitaletto”, un sogno … svanito nei lunghi coni d’ombra delle paure  della guerra e degli assilli degli anni immediatamente successivi alla sua conclusione. E, tuttavia, seppure parzialmente agibile, tra gli anni ’40 e gli anni ’50, diede accoglienza ed ospitalità ad alcune famiglie.

L’epilogo della storia fu scritto negli anni ’70, con la demolizione del rustico e il sito su cui era stato edificato fu ri-acquisito alla  proprietà della parte interessata che ne aveva titolo tra coloro che, oltre mezzo secolo prima, avevano sottoscritto l’articolato e dettagliato  quadro delle “donazioni” per le opere di ampliamento e di ri-sistemazione del Santuario. Fu l’esito di un accordo complesso che coinvolse, per i rispettivi ruoli e competenze funzionali, la Curia vescovile di Nola, il rappresentante pro tempore del Santuario, il parroco don Santo Cassese, con l’acquisizione al complesso ecclesiale di un lotto di 1000 metri quadrati concessi dalla parte interessata. Un accordo che aprì un nuovo capitolo per la località Mastrilli, i cui fondi erano in capo alla stessa parte che ne aveva i titoli di unica proprietaria, per come è stato possibile ricomporre le tessere dell’accordo.

 Era il capitolo dell’urbanizzazione e edificazione dell’intera area collinare di Gesù e Maria a ridosso del Santuario. Quando si dice, eterogenesi dei fini, eccone una plateale conferma

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