Campania. Gravi le criticità delle aree costiere della Campania, il Rapporto di Goletta verde

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Il monitoraggio di Goletta verde consegna un quadro di criticità, che penalizzano la vivibilità delle aree costiere e delle acque marine. Alla trentaquattresima edizione, la puntuale e periodica ricognizione che realizza Legambiente in sinergia  con altre associazioni e gruppi ambientalisti consegna un identikit di generale sofferenza della Campania, su cui continuano a non incidere serie e fattive politiche di reale salvaguardia ambientale, eccezione fatta per l’area cilentana, dove le amministrazioni comunali esercitano al meglio possibile il loro ruolo di controllo e promozione dei territori.

L’identikit  che consegna il Rapporto di Goletta verde, edizione 2020, non si discosta granché da quelle delle precedenti edizioni tornate; e quest’anno, l’importante e utili iniziativa che Legambiente conduce in collaborazione con altre associazioni di volontariato ambientalista e organismi attivamente impegnati nel contrasto alla dispersione in mare delle plastiche, rappresenta un diffuso quadro di criticità nelle aree di costa e nelle acque marine della Campania. Un quadro dettagliato di informazioni, il cui uso può risultare altamente proficuo  per interventi coordinati e pianificati, che spettano agli Enti e alle Istituzioni preposte. Uso, che, in tutta evidenza, continua a mancare, se negatività e criticità continuano a permanere.

            Seguendo un itinerario insolito rispetto al passato, il caratteristico vascello battente bandiera Verde, a bordo del quale operano tecnici ed esperti per le analisi dei campioni di acque, ha sottoposto a monitoraggio 31   punti delle coste della Campania, registrando alti tassi di criticità per 14 siti in cui si superano largamente i limiti di tollerabilità ammessi dalla legge. Una condizione che rende i siti in questione fortemente inquinati in stato cronico e inquinati soltanto: il che non cambia molto sullo stato dell’invivibilità permanente. Nel black list, figurano la foce  dell’Irno, a Salerno, del Savone a Mondragone, del Sarno, tra Castellammare e Torre Annunziata, e la foce del torrente Asa a Pontecagnano. Le aree di maggiore criticità ambientale sono dislocate sulle coste di Caserta e Napoli. Le cause sono arcinote e sono determinate dal  cattivo funzionamento degli impianti di depurazione e dagli scarichi illegali con la diretta immissione delle acque reflue in mare. Una fenomeno per nulla nuovo e ben conosciuto, che non si riesce a rimuovere, con pesanti costi fatti pagare alle comunità in termini di bassa qualità delle acque di mare per il malessere in cui versano per l’inquinamento che viene dalle aree urbanizzate.

            E’ lo scenario delle lunghe ombre dell’invivibilità, a cui fa eccezione l’area cilentana, di cui è simbolo ed emblema Pollica, il piccolo Comune che costituisce un vero e proprio modello di tutela della salute delle acque e della qualità ambientale; modello che viene tutelato con controlli costanti e sensibilità sociale della comunità locale. Le acque cristalline del Cilento sono note ai turisti di tutto il mondo, un brand che da solo fa richiamo e attrazione. Non è un caso se a maggio la Foundation for environmental education abbia conferito a 13 località del Cilento il prestigioso riconoscimento delle Bandiere blu edizione 2020; 13 località su 18 in Campania. E in ambito nazionale la graduatoria della Grande Fondazione ambientalista danese ha monitorato 385 spiagge. E tra i dati strutturali della condizione ottimale delle coste,  vanno inseriti i sistemi fognari dei Comuni cilentani; sistemi che realizzano distinti piani di smaltimento per le acque pluviali e per le acque reflue.

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