«Io, cento giorni in un ospedale di Napoli per una diagnosi: risonanze guaste, un bagno per 20 persone e proposte hot»

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«Aspetta, prima ancora di iniziare, voglio precisare una cosa: la colpa del pessimo sistema sanitario della Campania non è del personale, qui ci sono veri e propri santi, il problema è che lavorano in un inferno. In 100 giorni ho avuto modo di vederlo con in miei occhi». Inizia così, con una premessa ben precisa la nostra intervista a P. R. 38 anni, napoletano, da 100 giorni (oggi, ndr) ricoverato in uno dei reparti dell’Ospedale Cardarelli di Napoli che decide di raccontarci la sua disavventura ma ci chiede di non essere fotografato.

Una degenza lunghissima la sua, soprattutto se si considera che ad oggi, dopo più di tre mesi, per lui la diagnosi non è ancora certa ma solo «molto probabile». 100 giorni, che sarebbero potuti essere molti di meno (la conta approssimativa l’abbiamo fatta assieme), se solo P. fosse stato in un’altra città, di un’altra Regione, e non la Campania, «dove», ci racconta, «ci sono non più di 14 ambulanze operative per 3.500 paziente e per fare delle analisi in un altro padiglione possono volerci anche 3 giorni, senza contare il tempo per i risultati».

Come sei arrivato a restare 100 giorni qui, al Cardarelli?
«Sono arrivato l’8 luglio per un problema alle gambe che poi si è rivelato essere una patologia rarissima, con una sintomatologia altrettanto rara ed è stata una scoperta che hanno fatto qualche giorno fa. Tieni presente che di mezzo c’è stato agosto, e quindi le vacanze…

Parlare di “vacanze” quando si tratta di ospedali, pazienti e sanità sembra quasi stonare. Ma tu ci confermi che è così. 100 giorni: quali sono gli episodi clinici più paradossali cui hai assistito?
«La prima cosa a cui ho assistito è forse una delle peggiori: per spostarsi da un padiglione all’altro, è necessario il trasporto in Ambulanza e qui nel Cardarelli che io sappia, ci sono solo 14 mezzi per circa 3.500 pazienti. Puoi ben immaginare quanto questo dilati incredibilmente i tempi anche per una semplice TAC. In più il primo esame di biopsia che ho fatto mi ha portato ad una lunga attesa perché dall’8 al 22 agosto le sale operatorie sono chiuse e poi sono state aperte sino alle 13: è stato solo grazie alla caparbietà di una dottoressa che mi segue, se il 22 agosto, alla riapertura, mi hanno fatto la prima biopsia, altrimenti starei ancora aspettando. Oggi per esempio (sabato, ndr) ho fatto una risonanza, e avrei dovuto farne anche una totale (body) ma la bodista non c’è e quindi dovrò aspettare lunedì».

100 giorni, tantissimi se si immagina di doverli trascorrere in un letto di ospedale senza sapere neppure perché. Cosa hai visto che vuoi raccontarci?
«Ho visto innanzitutto dei bravi professionisti lavorare con mezzi pessimi e in condizioni assurde, addirittura alcuni comprano autonomamente termometri, perché i pazienti o i loro familiari li rubano. E non solo quelli: spesso rubano federe di cuscini, lenzuola o pannoloni. E ho visto anche pazienti essere incivili,per usare un eufemismo, nei confronti del personale non capendo che qui è un inferno per certi versi e i pazienti non lo capiscono, non capiscono che avere solo 3 infermieri per 30 pazienti o un solo OSS (operatore socio sanitario, ndr) perché la dirigenza non ritiene opportuno assumere altro personale del genere, rende tutto più complicato. Ho visto anche persone abbandonate dai propri parenti e questo lo devo dire, è la cosa peggiore che ci possa essere… Un mio vicino di stanza è morto di malinconia e non per una patologia, perché abbandonato dai figli. Ho visto “personaggi” aggirarsi per i reparti, spacciarsi per infermieri e poi essere cacciati perché non avevano nessuna qualifica, ho visto venditori di calzini (e uno lo abbiamo incontrato anche noi salendo…), di Santini e una volta persino uno che vendeva le sigarette. In un ospedale! Giù c’è una sola guardia giurata che deve controllare tutto, soprattutto i familiari dei pazienti che pretendono di poter salire in reparto in qualsiasi momento, infischiandosene dell’esistenza di un orario di visite o addirittura del giro dei medici e ogni giorno gli stessi medici devono combattere anche con questo. Ah, e per concludere una volta mi hanno persino fatto una proposta “hot”…».

Hot? Di cosa parli?
«Beh, a parte i venditori della qualunque, qui in reparto girano anche “sedicenti infermiere private o badanti” che offrono lavaggi del corpo, di tutto il corpo, “particolari”, al prezzo di 10€».

Dici sul serio?
«Sì, certo: mi hanno approcciato facendomi appunto questa proposta. E non sono stato di certo l’unico. Io ho rifiutato ma non è stato raro vedere queste donne allontanarsi con dei pazienti e poi tornare dopo 10/15 minuti».

È sconcertante. Davvero… ad ogni modo, tu sei stato ricoverato in giorni di agosto caldissimi. Possiamo solo immaginare cosa possa aver significato. Quali sono i disagi maggiori che hai dovuto subire?
«Beh, uno per tutti è il bagno: qui c’è un solo bagno per 10 stanze, in ognuna ci sono almeno 2 pazienti, a cui aggiungere i pazienti della stanza con le barelle, di emergenza, quella di transito in attesa del letto… Insomma, per un solo bagno siamo circa 20 persone. Te li lascio immaginare da sola i disagi».

Beh, in effetti sopportarlo per 100 giorni non deve essere stato facile. Ma proviamo a fare un calcolo: quanti giorni di degenza avresti potuto risparmiare in un sistema sanitario “normale”?
«Premettendo che la diagnosi sarebbe stata complicata ovunque, quando mi hanno ricoverato sono stato 6 giorni fermo in Pronto soccorso dove mi hanno fatto solo gli esami di routine: al sesto giorno mi hanno trasferito in reparto anche perché in PS eravamo 81 persone in un posto che può contenerne 30; a fine luglio si è rotta una risonanza e non hanno potuto farmi la risonanza appunto, per 10 giorni; i 14 giorni di chiusura delle sale operatorie, dall’8 al 22 agosto, e io non potevo fare le biopsie; la carenza di ambulanze per cui si dava precedenza a casi più gravi, mi è costata credo almeno 5 giorni in più di attesa. In tutto almeno 35. Un terzo, in pratica avrei potuto risparmiarmi più di un mese».

Quali sono ora le tue condizioni di salute?
«Pare che abbiamo scoperto la mia patologia e la cura soprattutto, grazie anche alla consulenza di una dottoressa del Policlinico bravissima, come del resto le dottoresse che mi seguono, ma dovrò fare altre analisi prima di capire quando potrò andar via. Spero presto: è stata un’esperienza devastante ma ho visto anche tanti bravi medici fare il loro lavoro nonostante tutto e questo a volte da fuori non lo si apprezza, e si pensa che tutto il sistema sia pessimo e invece non è così. E da dentro vedi tante cose, anche che la dirigenza se ne frega, sia dei pazienti che alla fine sono numeri, che delle condizioni di lavoro del personale, che spesso è fatto di santi che lavorano in un inferno».
Nunzia Marciano

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