CINEMA – Le avventure di Pinocchio: dal film di Garrone al Parco Pinocchio di Pescia, in Toscana

CINEMA   Le avventure di Pinocchio: dal film di Garrone al Parco Pinocchio di Pescia, in Toscana

È uscito il 19 Dicembre 2019 ed è stato il film più chiacchierato di queste feste. Se ora l’attenzione si è spostata su Tolo Tolo di Checco Zalone, non si può di certo dire che in tv non abbiano parlato di Pinocchio in continuazione. L’ho visto nella sua data d’uscita o quasi: era un giorno in cui il vento e il gelo erano fortissimi, un albero si era abbattuto in via Belvedere a Napoli, e dal piazzale di S.Martino, dopo aver guardato il panorama che era anche quello ghiacciato, già dopo poche centinaia di metri eravamo stanchi di camminare.

In sala all’American Hall c’era Pinocchio. Pinocchio, a pensarci mi brillavano gli occhi come a Geppetto dopo averlo realizzato. Ho sempre amato Pinocchio. Lessi il libro di Carlo Collodi intorno ai 15 anni, dopo averlo ritrovato nella biblioteca di mio nonno. Era una magnifica edizione degli anni ’20, con le illustrazioni originali dell’epoca, e che ora è persa nei meandri della casa e non la vedo più in giro da tempo.

Il bello di Pinocchio è sicuramente dovuto in buona parte al fatto di essere una favola tutta italiana. Collodi, toscano, nasce e vive a Firenze dal 1826; il suo vero nome, Carlo Lorenzini, diventa sulle pubblicazioni lo pseudonimo Carlo Collodi, prendendo spunto dal piccolo borgo di Collodi, frazione di Pescia, dove la madre dell’autore prendeva servizio in una villa, villa Garzoni. Considerato un romanzo di formazione (poiché segue l’evoluzione la maturazione del suo personaggio verso l’età adulta), Pinocchio sembra più simile al Giovane Holden di Salinger che ad altre favole del periodo.

Garrone lo ambienta sicuramente negli scenari giusti. Penso che su quest’ultimo film sia già stato detto tutto, ma voglio provare ad aggiungere delle informazioni. Il regista, il giovane e romano Matteo Garrone, si cimenta da tempo con le favole, avendo  realizzato nel 2015 Il racconto dei racconti, basato su tre storie estratte dal Pentamerone (anche detto Lo cunto de li cunti) che è un altro capolavoro tutto italiano, anzi napoletano: un libro del 1600 con una struttura simile a quella del Decamerone di Boccaccio e che raccoglie molte delle più famose fiabe di sempre (provenienti dalla tradizione orale), dalle quali i più noti fratelli Grimm, solo qualche secolo dopo, hanno attinto a piene mani.

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Sul Pentamerone ci avevo “lavorato” un po’, avendo visto Gatta Cenerentola di Alessandro Rak (con colonna sonora dei napoletani Foja): mi ero procurata qualche anno fa due edizioni, una originale con prefazione di Benedetto Croce e la più recente Garzanti con il testo napoletano a fronte. Ma il film di Garrone non l’avevo ancora visto, e l’ho recuperato successivamente. Ovviamente il Pinocchio di Garrone è visivamente simile al suo precedente Racconto dei Racconti, essendo entrambi film di favole, il regista ha potuto sbizzarrirsi nel mostrare il suo particolare stile, che potrebbe concorrere con il gotico burtoniano e con certe cose un po’ inquietanti in stop motion del cinema cecoslovacco.

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Comunque, per non divagare troppo sul Pentamerone e ritornare al nostro burattino di legno, posso dire che questo Pinocchio di Garrone è molto più simile e fedele al libro di Collodi di quanto potessero esserlo le precedenti edizioni cinematografiche. Le più note, per quelli nati alla fine degli anni ’80 e dopo, sono ovviamente quella Disney, in cui la storia era stata completamente cambiata, e la più recente di Benigni (2002), di difficile digestione, per quanto risultasse in qualche modo poetica e graziosa.

Lì Benigni, regista e attore toscano, interpretava Pinocchio e sua moglie Nicoletta Braschi era la Fata Turchina; mentre nella versione di Garrone, Benigni è diventato Geppetto e non può uscire più di tanto dal personaggio (sebbene ci metta il suo, e risulti un bravo Geppetto). Non posso che sorridere vicino a una piccola citazione a La vita è bellaIl Gatto e la Volpe sono Ceccherini (un altro toscano) e Rocco Papaleo (Basilicata Coast to Coast), molto azzeccato, visto che storicamente il Gatto e la Volpe “umanizzati” erano stati interpretati da uomini del sud. Infatti nella versione di Comencini del 1972 – quella per cui gli appassionati di Pinocchio stravedono, l’unica trasposizione che ritengono giusta – il Gatto e la Volpe erano interpretati da due siciliani, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.

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In questa precedente versione (e vi assicuro che in Toscana sognano solo questa), che fondamentalmente è un film realizzato per la tv, trasmesso ad episodi e poi distribuito per intero in una forma più breve, Geppetto era il romano Nino Manfredi, Pinocchio un bambino vero pisano (Andrea Balestri) per buona parte del film (e ci dicono non sia diventato particolarmente famoso), mentre la fata turchina la Lollobrigida. Questa versione riscosse decisamente successo. Il fatto che Pinocchio non fosse sempre fatto di legno, immagino sia un escamotage cinematografico per avere meno problemi nel dover muovere un burattino di legno senza fili.

In Garrone invece la fata turchina per la prima metà del film è una ragazzina dal volto pallido ed etereo (Alida Baldari Calabria, presente anche in Dogman) e una donna adulta nella seconda parte (Marine Vacht, la stessa attrice dell’erotico film francese Jeune et Jolie, in cui una giovane studentessa diciassettenne si prostituiva per noia), trasformazione inserita proprio per mostrare a Pinocchio i vantaggi del crescere. E così per la fata diventa più facile entrare in sintonia con il burattino, ponendosi all’inizio bambina come lui.

Nonostante le differenze tra i due film, la versione di Comencini e quella di Garrone non vanno in conflitto, anzi, è evidente che il giovane Garrone s’è sicuramente ispirato al suo famoso collega (che ricordiamo essere autore di cose come Pane amore e fantasia o La ragazza di Bube), realizzando un nuovo prodotto visivamente perfetto, dalle atmosfere cupe e mettendo in risalto aspetti del libro che erano altrove dimenticati, come il disagio, la miseria della campagna dell’800, l’importanza della scuola (la scuola rappresentava la vita) e di molti insegnamenti che erano considerati di importanza vitale per la sopravvivenza in un’Italia povera e agricola.

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Cose come:

“Solo i tuoi genitori ti danno qualcosa. Gli altri, se non lo meriti, non ti daranno mai niente.”

“Non fidarti mai degli estranei: quelli che ti promettono di diventare ricchi, sono pazzi o imbroglioni.” (chiaramente riferito all’incontro con il Gatto e la Volpe)

Personalmente una delle scene più belle di sempre trovo sia stata quella in cui i conigli con la bara vanno a prendere Pinocchio, che c’è nel libro (e fa un po’ Donnie Darko, o meglio al contrario, Donnie Darko ricorda Pinocchio, dove il coniglio diventa un’allegoria di morte) ma era dimenticata in altre versioni, estremamente macabra sia concettualmente che visivamente. Solo quando la possibilità della morte diventa vera, il bambino che sta compiendo una metamorfosi, comprende che è meglio non giocare con la vita, spazzando via l’avventatezza tipica dell’infanzia e che di solito non si ritrova negli adulti. Così, nel vedere la bara in arrivo, Pinocchio decide di prendere la medicina, e i conigli esclamano, infastiditi: “Ma oramai la chiamata è stata fatta, dobbiamo portarlo via!”. Perché la morte è l’unica cosa dalla quale non si torna mai indietro: se la chiamata è stata fatta, è stata fatta. La Fata Turchina però lo salverà, mandando i conigli indietro, e le avventure di Pinocchio riprenderanno a scorrere.

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Anche il naso di Pinocchio, su cui si fonda la favola e che è la punizione per le bugie dette (“ci sono le bugie che hanno le gambe corte e quelle che hanno il naso lungo”), in tutto il film si allunga solo una volta, e viene poi segato dai becchi degli uccellini entrati dalla finestra della casa della fata turchina (appare così anche in Comencini). Perché le bugie non solo non ti permettono d’arrivare lontano (gambe corte), ma t’intralciano anche (come il naso lungo).

Inoltre con Garrone per la prima volta ho capito perché nel libro di Collodi si passa dalla campagna, cioè l’entroterra toscano, al mare, ovvero alla bocca del gran pescecane: infatti dai colli senesi, attraverso una serie di curve che salgono e scendono morbide e sinuose, si scivola facilmente al mare di Cecina, di Piombino, della Marina di Pisa. Così è nel film, e così nei miei ricordi che durante la visione sono tornati alla mente, in quanto in Toscana ci ho passato una cospicua parte della mia esistenza.

Anche il campo dei Miracoli in cui il Gatto e la Volpe invitano Pinocchio a seminare i suoi zecchini per farne crescere di più, per me è in fondo una citazione che riporta alla Piazza dei Miracoli di Pisa, al suo ampio prato verde, dove ogni cosa può accadere.

Perciò era inevitabile, dopo questo film, che mi venisse voglia di ritornare in Toscana: in particolare al Parco Pinocchio di Collodi, dove ero stata circa 30 anni fa. Tempo qualche giorno e me ne sono andata.

Viaggio tra Cortona e Pescia

La prima tappa del viaggio è stata Cortona, paese etrusco sul confine tra Umbria e Toscana, in provincia di Arezzo, posto in cui capito spesso. Zona famosa per la chianina, siamo infatti in Val di Chiana. Questa tappa non è stata casuale: tra le altre cose il padre di Collodi, Domenico Lorenzini, un cuoco, era di Cortona. Qui facciamo visita a degli amici di Avella, appassionati di cucina, che appunto hanno un ristorante a Cortona.

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A Cortona ci siamo svegliati e abbiamo vagato per un po’ in un sogno, nella nebbia, con il lago Trasimeno che come un piccolo specchio a volte appariva nella nebbia e altre no, occhio vitreo che emergeva in una striscia di nulla. Poi ci siamo spostati a Pescia per completare il viaggio.

Tra Cortona e Pescia le cose non sono filate così lisce: siamo inciampati in qualche Penny Market e faceva buio troppo presto. A S.Gimignano, che era sulla strada interna da noi scelta, era molto freddo e diverso dai miei ricordi. I negozi nel piccolo borgo medievale della provincia di Siena – uno dei più famosi in assoluto – erano più o meno gli stessi di qualche anno prima. Ma la Vernaccia è buona solo d’estate. E i glicini non sono in fiore. Intanto, però, le luci di Natale in Toscana non fanno invidiare nelle città del Nord Europa. Il freddo riesce lo stesso ad essere perfetto.

Passati da Cortona a S.Gimignano e poi messi nella base di Montecatini, un luogo che vive nel passato e dalle pregevoli terme (solo visitando quelle si può capire Montecatini) eravamo pronti a ritornare al Parco Pinocchio, dove mancavamo da 30 anni. Il costo d’ingresso al parco è di 14 euro, per fortuna eliso grazie alla tessera dell’ordine giornalisti.

Biglietto sicuramente troppo alto per essere un posto per famiglie e lontano dai traffici commerciali odierni (anche se ci sono sconti famiglia, questi 14€ comprendono anche la visita a Villa Garzoni) e anche per una regione come la Toscana, considerata in generale sempre a favore del popolo. D’altra parte i costi di gestione per un posto come il Parco Pinocchio (nel quale, vi ripeto, non troverete né montagne russe né giostre moderne) sono indubbiamente alti e se dovessimo considerare ciò, ci renderemmo subito conto che il biglietto d’ingresso dovrebbe costare ben di più, per riuscire a sostenerli.

Il Parco Pinocchio è rimasto identico a 30 anni fa. E questo stranamente non è un male.
E si comprende anche perché sia rimasto “fuori moda”, diverso rispetto a ciò che cercano le persone nei parchi oggi. Si sentono i discorsi delle persone, un po’ tutti vogliono fare ai figli le stesse foto che hanno avuto loro da piccoli. Nel Parco Pinocchio sono passati i decenni, e ha visto parecchie generazioni.

Nato da un progetto avveniristico del 1956, primo parco d’Italia, prevedeva la creazione di sculture e giostre fatte per durare. Ed infatti sono ancora qua, di una bellezza molto superiore a quelle solitamente messe in un parco giochi. Vi ricordo che nel ’55 negli Stati Uniti nasceva per la prima volta Disneyland, e il concetto di parco divertimenti nasceva con quello. In Italia avevamo Pinocchio, con un parco che più che “giochi” conteneva e contiene sculture di arte moderna, identiche ad allora.

Collodi è una frazione di Pescia, città famosa per le serre e per i fiori, di cui si può avere un assaggio visitando anche questi giardini di Villa Garzoni compresi nel biglietto, dove la madre di Carlo Collodi prestava servizio.

Nel Parco Pinocchio ci sono giostre d’epoca di legno (solo alcune ancora in funzione, e sulle quali si può fare al massimo un giro per bambino, per limitarne l’usura), delle gondole veneziane. In alcuni vagoni di treno ci sono antichi burattini veneziani, installazioni storiche in cui viene narrata la storia di Pinocchio e altre chicche di questo tipo. Le ho trovate molto interessanti, certo avrei spolverato un po’ meglio, ma nel complesso è tutto molto bello. Nella prima parte del corso invece ci sono installazioni audiovisive piuttosto azzeccate che sfatano l’idea che non sia mai stato rinnovato niente. Inoltre vari ragazzi, vestiti come i personaggi della storia (ci sono Pinocchio, il Gatto e la Volpe, la Fata Turchina…) accolgono i bambini e li coinvolgono in attività di diverso tipo. Ci sono laboratori di disegno e i bambini in visita al parco sembrano tutti molto contenti, ma specialmente sono frementi e in attesa dello spettacolo dei burattini.

E’ incredibile vedere che nel 2020 dei bambini impazziscano così per i burattini. Ciò che non può fare un cartone animato, un videogioco o cose del genere, possono ancora invece i burattini. E’ bello, no? Per fare un paragone, è un po’ come avere un cane: per quanto la tecnologia abbia fatto tantissimi progressi e ci siano giochi fantastici, avere un cagnolino vero è sempre meglio. Credo che valga lo stesso per uno spettacolo di burattini, che è qualcosa dotato di un valore vero, in cui c’è ancora la mano dell’uomo, ovvero del burattinaio, che anima oggetti teoricamente inanimati e li fa interagire con chi c’è dall’altra parte.

Nell’area picnic fa freddo e le famiglie fanno attenzione per non far prendere freddo ai loro pucci. Lo spettacolo dei burattini per questo è stato spostato nel padiglione interno. Qui sono raccolti disegni e cimeli su Pinocchio, oltre ad esserci l’area dei laboratori. Lo spettacolo è fatto dai ragazzi del parco ed è ovviamente in toscano. Quando spunta Pinocchio, è lo stesso che vendono allo shop: un prodotto italiano, il burattino di Pinocchio ufficiale, distribuito dalla Sevi (Trudi), storico marchio attivo dal 1831.

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Ma di Pinocchi da acquistare ce ne sono diversi, sia d’importazione cinese che italiani, e i prezzi sono ovviamente differenti. Le edizioni del libro sono molte, ma quella più interessante è senza ombra di dubbio la copia anastatica del 1883, al modico prezzo di 7.50€.

Di copie anastatiche al momento ne ho trovate due versioni: quella in vendita al Parco Pinocchio (curata dalla Fondazione Nazionale Carlo Collodi, e stampata a S.Gimignano) e una di Giunti (10€), molto simili ed entrambe da considerarsi “ufficiali”. Differiscono per una postfazione (in quella del parco), ma sono entrambe molto buone, in quanto Giunti, casa editrice fiorentina, è da sempre legata a Pinocchio.

Al Libraccio di Firenze troviamo un’altra chicca: un libro omaggio a Pinocchio, con opere realizzate da diversi disegnatori molto famosi, con il 50% di sconto, al prezzo di 7.50€ . Tra gli artisti coinvolti, ci sono anche Crepax e Manara, e questo già basta a capire che non si tratta di un volume da buttar via.

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Per quanto riguarda invece i Giardini Garzoni, la cui esistenza è intrinsecamente legata a Pinocchio, li abbiamo visitati giusto in tempo un’ora prima del tramonto e sono anche questi molto interessanti. Oltre alla bellezza della flora, è presente qualche animale: ci sono dei pavoni e delle gru, oltre che delle capre. In primavera nella serra tropicale ci sono  farfalle, non presenti nel periodo invernale, per cui bisogna accontentarsi (e siamo già contenti così!) di altre specie, come uccellini, pappagallini, un millepiedi gigante, un piranha e qualche altro brutto insetto stecco.

Come tipologia, questi giardini di cui si potrebbe approfondire la storia – ma preferisco evitare di divagare ancora – sembrano un mix tra la Reggia di Caserta (infatti ci sono molte camelie japoniche e una foresta di bambù come nel Giardino Inglese della Reggia) e i mostri di Bomarzo (VT). Merita una visita. Anche il labirinto di siepi è ampio e gradevole, e complessivamente il tutto rappresenta un mirabile esempio di giardino all’italiana.

Completamente assurdi (e perciò notevoli) i monumenti nella piazza di Collodi, e il Pinocchio di legno alto 16 metri che troneggia sul paese.

Valentina Guerriero

CINEMA   Le avventure di Pinocchio: dal film di Garrone al Parco Pinocchio di Pescia, in Toscana

Libri consigliati:

Le avventure di Pinocchio – Carlo Collodi, edizione anastatica
Pinocchio – Un naso lungo… Il giro del mondo –
 Arsenale Editrice (omaggio a Pinocchio di vari artisti). A cura di Pietro Zanotti

Ristoranti consigliati:

Braceria A.D., Cortona, dove servono i biscotti con le nocciole di Avella e patate cotte nella cenere.



“Il legno, in cui è tagliato Pinocchio, è l’umanità.”

Benedetto Croce


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Valentina Guerriero