Guida Sentimentale – Monti del Partenio. Sulle tracce di Buccafusca: Caravatte, Tuppo Alto, Sguessa di Salomone

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Capo Miseno invoca contro il superbo vulcanismo d’Ischia epomeica in un sopore ambiguo torpore di delizie.

(Aeropoema, E.Buccafusca)

È con alcuni versi dell’Aeropoema di Emilio Buccafusca, elogiato all’unanimità negli ambienti letterari poetici e futuristi del 1937, che salutiamo le formazioni vulcaniche del Golfo di Napoli visibili dalle creste di Avella. Cantato anche da Virgilio, che pose nel promontorio citato il tumulo funerario del trombettiere di Enea (chiamato, per l’appunto, Miseno) e che si trova alla fine della sottile striscia di terra che separa il mare da uno dei numerosi laghi costieri della zona, Buccafusca lo vide contrapporsi al Monte Epomeo d’Ischia, anche questo d’origine vulcanica. Oltre i Campi Flegrei il dolce profilo di Napoli prosegue ben visibile con la collina di San Martino, i Camaldoli più in alto, il panorama si estende poi e abbraccia una zona ben più ampia, andando senza problemi dalla costiera sorrentina alla provincia di Caserta e oltre, a seconda dei punti di osservazione.

Un paesaggio che sicuramente mozzò il fiato al poeta-pittore-medico-alpinista Buccafusca che in un giorno di febbraio del ’46, in cui il forte vento aveva spazzato ogni traccia di polveri e nuvolosità, salì con un gruppo di compagni sulle vette del Partenio, partendo dalla stazione della Circumvesuviana di Avella, passando prima per Capo di Ciesco e poi giungendo in quota.

Ci interessa specialmente poiché la descrizione che ha fatto nella sua Guida Sentimentale ai Monti del Sud è una fotografia di ciò che accadeva in quel periodo ad Avella. Pochi frequentatori delle montagne ai tempi sapevano scrivere, e chi ha scritto non l’ha fatto arrivare a noi, è per questo che conserviamo caramente le opere di figure come Francesco Guerriero (Avella – Note campestri e appunti storici, 1888) o Emilio Buccafusca (1913-1990), successivo, napoletano e membro del CAI.

A partire dalle sue descrizioni e dall’analisi delle carte IGM dello stesso periodo, siamo giunti alla conclusione che il percorso che egli fece per salire al Ciesco Alto fu quello della Caravatta, abitualmente frequentato dalle persone del luogo. Ai tempi infatti la montagna non era come oggi, ma popolata assiduamente da una moltitudine di persone per i più svariati motivi: taglio del legno, ricerca di foraggio per il bestiame (si andava accompagnati da un mulo, da caricare, ad esempio di erbe chiamate falasc’), produzione di catuozzi, ovvero una specie di carbonella da utilizzare nei forni, contrabbando (come quello del tabacco, con Benevento, che nel periodo borbonico era un’enclave dello Stato Pontificio) e ovviamente pascolo delle pecore. Perciò il gruppo, che era napoletano, si affidò sicuramente alle indicazioni dei paesani, cercando di arrivare alle vette nel modo più rapido possibile, con una scalata di circa 1200m di dislivello molto diretta.

Le vie di risalita principali per chi voleva giungere in quota (ad esempio per raggiungere i pascoli o per il contrabbando) erano:

1) questa che andiamo a descrivervi, chiamata Caravatta nella parte più bassa;
2) quella dalle Fontanelle per Pianura;
3) Malopasso per l’Acqua delle Monache.
4) il più lungo sentiero, ma piuttosto comodo, che parte tra il castello e la Forestella.

Queste notizie sono confermate attraverso la testimonianza di quasi centenari pastori che sono assistiti medicamente da un dottore che fa parte del nostro gruppo di escursione.

E il Buccafusca quindi passò per la Caravatta in quella che è anche chiamata via del tabacco per i motivi prima citati, lungo questo sentiero ripreso solo parzialmente dal 237 del CAI (Carta Escursionistica del Parco del Partenio, Edizione 2012, SELCA).

Attraversato il Clanio, in località Capo di Ciesco, il sentiero sale ripido per circa 3 km con 900m di dislivello (con direzione nord-est), in un bosco intatto che non presenta – stranamente – tracce di passaggio umano, probabilmente proprio per la difficoltà del percorso, alternando rocce isolate a valloni scoscesi ricoperti di fogliame. Sono assenti i rovi, i quali crescono nelle zone esposte al sole. Dopo un cospicuo tratto che non colpisce molto per la varietà di flora (ma che risulta, comunque, piuttosto incontaminato), si giunge ad un primo belvedere.

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Ed è proprio qui che si inizia a comprendere la purezza del luogo, potendo osservare “nidi di aquile” (perdonatemi l’imprecisione, ma è sicuramente più scenografico agli occhi delle masse) incastonati fra le rocce, inaccessibili. Più che di aquila si tratta di poiana, considerata “la nostra aquila”, l’uccello più grande e importante della nostra zona, grossa e dal piumaggio bianco e marrone. Osserviamo più di una volta la madre giungere al nido, dove aspettano due pulcini in attesa di cibo e sentiamo anche i loro fortissimi versi. Quando la madre s’accorge della nostra presenza, smette il viavai verso il nido, per non destare attenzione. Ben visibile con i binocoli o con lo zoom della macchina fotografica uno dei due pulcini, con il secondo più in fondo.

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Sbuchiamo prossimi al Tuppo Alto (1250m) e saliamo su una delle cime più basse, 1228m, per godere del panorama. A lato troviamo invece Tuppo Tuotolo (1215m), altro punto panoramico, e per proseguire il percorso lungo una strada diversa da quella d’andata (infatti neanche il Buccafusca scese dallo stesso lato) superiamo lo Spadanfora affianco al quale eravamo saliti e che il poeta aveva descritto “come una spada sguainata”, poiché prominente verso il paese, ma allo stesso tempo alto e massiccio.

Qui il nostro percorso si interseca con una strada percorribile in jeep e che quindi presenta qualche difetto: ci superano tre motocross, e un cacciatore ci testimonia che le lepri non sono più numerose come un tempo, ma si contano sulle dita di una mano. Abbondano invece i cinghiali, che furono reintrodotti artificialmente e che si sono riprodotti fin troppo negli ultimi anni. Ed è infatti che scendendo vedremo anche un vallone, chiuso fra due rocce, famoso proprio per essere passaggio dei cinghiali.

Giunti alla Piana del Rapillo (che precede la piana del Lauro, descritta su queste pagine in passato), scendiamo per la Sguessa del Salomone, una strada storica che giunge piuttosto facilmente a Pianura, sulla strada asfaltata, anche detta panoramica. È un percorso molto bello, dolce e che presenta solo qualche punto scosceso. Ricco di piante secolari, è possibile ammirare sul percorso il maestoso imbuto roccioso del Ciesco Altoil vallone di Sant’Egidio (al cui termine c’è l’omonima sorgente di Sant’Egidio). Valloni in cui un tempo scorreva abbondante l’acqua piovana, che andava a confluire nel fiume Sorroncello e che oggi sono praticamente asciutti.

Scendendo, ricordiamo che un tempo lungo questa Sguessa del Salomone, uno dei percorsi più interessanti del Partenio, furono portati anche gli Alpini con il Camminaitalia del ’99.

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La flora è varia, gustosa, accesa. Esplosioni di violette, tra cui anche nella variante gialla. Piante di fragoline in fiore, macchie di aglio orsino, e nella parte più bassa ginestre che sono andate a sostituirsi ai castagni tagliati nel passato.

L’ultimo tratto, di strada panoramica, asfaltata, potrebbe sembrare ad un primo colpo d’occhio meno pregevole. Eppure – per il suo essere esposta al sole – è il luogo preferito per accoppiamenti di insetti, bruchi, farfalle, qui troviamo ancora una maggiore varietà di fiori e rovi che si preparano alla solita ricchissima produzione di more.

Non incontriamo bestiame, a parte un paio di mucche slanciate, presumibilmente podoliche, e l’assoluta assenza di pecore, che un tempo erano gli animali più allevati ad Avella. Tradizione che s’è andata progressivamente persa a causa delle difficoltà burocratiche inerenti l’allevamento e gli incentivi dello Stato sui bovini.

Valentina Guerriero

Riferimenti:

Guida sentimentale ai Monti del Sud – Emilio Buccafusca
Emilio Buccafusca e il Futurismo a Napoli negli anni ’30 – Matteo d’Ambrosio
Carte IGM
Appunti autografi di Buccafusca
Aeropoema del Golfo di Napoli – Emilio Buccafusca

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Valentina Guerriero

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