I TRENTENNI , LA GENERAZIONE DELLA SOCIETÀ LIQUIDA.

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“Generazione mille euro “ era il titolo di un film del 2009 che raccontava la vita precaria dei trentenni in un Italia di più di 10 anni fa.

È cambiata la moda, la tecnologia si è ancor più evoluta, si sono susseguiti governi e figure politiche, ma i trentenni di allora sono rimasti fermi allo stesso punto. A quella generazione mille euro.
Giovani laureati che si affacciano al mondo del lavoro sempre più sfiduciati, senza sogni, che si interfacciano con i coetanei degli altri Stati, Europei e non solo, che vivono realtà decisamente diverse.
È la generazione dei trentenni che, o decidono di emigrare e vivere con valigia alla mano alla ricerca del loro posto nel mondo, oppure scelgono di restare e di arrangiarsi come meglio possono.
Precari, sottopagati e sfruttati.
È la generazione della società “liquida”, dove tutto è veloce ed in continuo mutamento, dove tutto si trasforma, che risucchia con se’ il passato ma anche le tante speranze per il futuro.
La generazione dei trentenni di oggi è quella generazione che è riuscita a star peggio della generazione precedente, quella dei genitori, e che si trova ad affrontare in affanno una vita sfuggente e senza certezze.
Meno del 50% dei laureati, in Italia, svolgono il lavoro per cui hanno studiato: tutti gli altri arrancano e si accontentano di qualsiasi lavoro purché gli sia corrisposto uno stipendio, anche se basso.
Non possono, questi dati, essere sottovalutati, in una società civile e moderna, non possono non essere presi in considerazione i fenomeni di depressione che caratterizza quest’epoca, dovuta alla sensazione di inutilità e di frustrazione.
La “generazione mille euro “ è quella generazione a cui, tutto sommato , è stato tolto tutta la concretezza, la possibilità di costruire mattone dopo mattina la propria vita ed anche la possibilità di sognare.
La “generazione mille euro” è la generazione che corre di posto di lavoro in posto di lavoro, da contratti a tempo determinato a quelli a progetto, è la generazione della “partita iva”, quella che non può sognare, perché non può permetterselo.

Carla Carro

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