Il Dialogo (im)possible, 11 agosto 2018, Chiesa di San Lorenzo Atripalda

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Il Dialogo (im)possible, 11 agosto 2018, Chiesa di San Lorenzo AtripaldaQuesto convegno, la cui figura principale è stata, senza alcun dubbio Don Gerardo Capaldo, padre di grande spessore culturale e di ampi orizzonti, ha visto riuniti svariati relatori, cantanti, e poetesse che hanno arricchito la serata con versi e musica. Don Gerardo ha presentato il tema del dialogo e quello della carità, riferendosi alla incomunicabilità e all’indifferenza che dominano il nostro mondo globale altamente tecnologico. Questo atteggiamento allontana l’uomo dall’uomo, rendendolo facile preda della depressione e del vizio. L’isolamento annebbia la mente, e la priva di quegli stimoli necessari  che avvicinano gli esseri umani tra di loro, rafforzando quei sentimenti di solidarietà che sono il nucleo centrale di sentimenti nobili appartenenti a qualsiasi religione. Il concetto di carità, infatti, è comune al mondo pagano (Aristotele) e a quello religioso (Vecchio e Nuovo Testamento), e si snoda attraverso sfumature linguistiche e comportamentali che avvicinano tra di loro il mondo ebreo, cristiano ed islamico. Infatti, proprio partendo da una analisi filologica della parola ‘carità,’ ci rendiamo conto come questa derivi dalla parola ‘amore:’ quella virtù divina, che offre all’uomo la possibilità di donare con amore, aiuto a chi ne ha bisogno. Generosità ed aiuto, specialmente alle persone che soffrono sia moralmente che economicamente. La parola ‘carità’ significa in antico inglese ‘amore cristiano verso un nostro fratello,’ e, infatti, questo significato lo ritroviamo fino agli inizi del 20esimo secolo. Carità (charity) è entrata nella lingua inglese attraverso l’antico francese ‘charité’ che proviene dal latino ‘caritas,’ parola che viene usata nella traduzione in Vulgata della Bibbia dalla antica versione greca ed ebraica, ed è affiancata alla parola ‘amore’ usata per tradurre la parola greca ‘agape/ἀγάπη.  Il concetto di ‘carità’ si è con il tempo trasformato da ‘amore cristiano’ a ‘generosità,’ vale a dire ‘provvedere per coloro che sono in bisogno.’ Ma, comunque, questa ‘generosità’ deve essere sempre arricchita dall’’amore.’ Anche nella religione islamica ritroviamo questo stesso valore semantico nella parola ‘al-himmah/الهمة, che, dal punto di vista del sufismo, assume la valenza di ‘amore’ verso Dio, e, quindi, verso tutte le Sue creature. E’ proprio su questo punto che si uniscono il cristianesimo e l’islam, e, quindi, come afferma Don Gerardo, bisogna accogliere tutti questi emigranti come fratelli. In una intervista rilasciata da Don Gerardo su ‘Cinema ed Islam’ il nostro Padre, afferma che si deve partire proprio dal cinema per comprendere il concetto di accoglienza, perché “Il cinema guarda e vede lontano.” Per questa ragione, Don Gerardo sta organizzando incontri tra nativi ed emigranti in modo da cercare di integrare questi giovani correttamente nella nostra società sia dal punto di vista culturale che legale. Ma ci chiediamo con urgenza: Che significato attribuiamo alla parola ‘integrazione’? Certamente per integrazione si intende dare ai nostri emigranti un lavoro in modo da poter portare avanti una vita dignitosa nel rispetto della loro cultura, e delle loro lingue, istruendoli, comunque, sulle regole che vigono nel paese di accoglienza, così che anche essi non si sentano estranei e possano godere degli stessi diritti dei cittadini nativi. Il vecchio stereotipo americano che imponeva una totale assuefazione alla lingua e alla cultura americana, tanto forte da far sviluppare nell’animo degli emigranti un senso di vergogna rispetto alle proprie origini, è da condannare, ma comunque oggi è sorpassato. Per integrazione si deve intende vivere la propria vita in un paese straniero, mantenendo intatti e ben saldi tutti quegli elementi culturali e religiosi che derivano dalla terra di origine. Il lavoro serve a favorire un arricchimento culturale e linguistico che permetterà di cooperare nel rispetto dell’altro da tutti  e due le parti. La vera integrazione esige anche l’integrazione del paese ospitante, nel senso che i nativi devono avvicinarsi anche loro alle culture e alle lingue dei loro concittadini stranieri. L’integrazione, per essere vera deve coinvolgere tutti i cittadini in un magma trasformazionale, come diceva il grande Sergio Piro, un magma che ci trasforma (“le trasformazioni rapide di massa che conseguono ad accadimenti naturali o sociali importanti, tale da mutare il destino della collettività”), ci rende diversi, ci arricchisce di nuove esperienze, di nuovi orizzonti (“la rappresentazione sincroni cadi tutte le numerosissime linee traversanti del campo antropico continuo che nei singoli s’ intrecciano in forme e proporzioni variabili” ), e schiude quel pollaio sicuro ma angusto, proiettandoci in un deserto cangiante e sempre in movimento: “ (cfr. Sergio Piro, Antropologia Trasformazionale, Franco Angeli, 1993). Per riuscire a comprendere la parola ‘integrazione,’ bisogna anche capire a fondo un’altra parola, vale a dire ‘emigrare.’

Emigrare è una parola difficile, che contiene una miriade di sfumature; tutte ricalcano il lutto, la perdita, la dipartita, ma con in più la rinascita, la speranza, la gioia del cambiamento; andarsene, partire, andare via, cambiare, girare, muoversi, etc.. Due forze che lacerano, ma che nello stesso tempo rilanciano a nuova vita. Emigrare, quindi, implica movimento, movimento sia fisico che emotivo. Si cammina, si va verso altre mete, si va incontro al nuovo, allo sconosciuto, alle sorprese, e belle o brutte che siano, poco importa, basta affrontarle con spirito nuovo, senso di libertà, di fiducia, senza mai sottomettersi al silenzio, senza mai cedere alla rassegnazione, senza mai abbassare la testa e negare se stessi, negare la propria condotta di esseri umani, esseri viventi, esseri dotati di controllo, di ragione, di vivacità, di sentimenti, di intelligenza, di creatività, etc.. Mai negare se stessi, anche quando si parte su quei battelli che potrebbero strapparci la vita; ma il desiderio di migliorare ci fa riprendere in mano la nostra vita e dirigerla, con il dono della volontà e della razionalità, verso mete più alte. Per comprendere meglio il valore semantico ed antropologico che soggiace a questo lessema (emigrare), sarebbe bene esaminarne l’etimologia, riconducendoci alle radici del sanscrito, del greco, del latino, dell’antico inglese, del gotico fino ad oggi. Partendo dall’odierno inglese ‘to move,’ forse comprendiamo meglio il valore semantico-antropologico che soggiace al verbo ‘emigrare.’ ‘To move’ significa ‘cambiare residenza,’ ‘trasferirsi,’ quindi, allontanarsi da un luogo per andare ad abitare in un altro. Richiama movimento – dal latino movēre, greco kūnçw, sanscrito car, gotico wajan, danese bevÏge, fino all’antico inglese styrian, oggi diventato stir= girare. Da alcune di queste forme notiamo che è inclusa nel lessema una forma linguistica che contiene anche il mezzo di trasporto: wagon e car. Ma ‘to move’ ha una valenza certamente positiva, perché implica una casa di partenza e una di arrivo; sappiamo bene che questo concetto è fortemente lontano dalla parola ‘emigrare,’ che, molto spesso, non include il concetto di alloggio, né nel paese che si lascia, né in quello in cui si spera di vivere una vita migliore. Se andiamo, invece, ad esaminare il verbo ‘partire,’ (latino īre, greco ‘ercomai, sanscrito apagam, antico inglese gewītan, olandese weggaan), ritroviamo nell’inglese moderno – to leave -, il concetto di lasciare, andare via, abbandonare. Ma, molto spesso, queste persone non partono semplicemente, ma fuggono, e lo scorrere, il fluire del tempo marca il loro cambiamento. Allora fuggire: lat. Fugere, greco feítw, sanscrito palšy, antico inglese flēon, inglese moderno to flee, contengono il concetto di volare come si evince dalla radice ‘fl’ che ritroviamo proprio in to fly – volare, volare come una farfalla – butterfly, una farfalla libera da ostacoli; quindi, l’etimologia di fuggire ci riporta al concetto di ‘gettare,’ ‘gettarsi’ tutto dietro le spalle: lat. Iacere, greco bállw, antico inglese weorpan, inglese moderno to throw. Ci si getta tutto alle spalle facendo scorrere, fluire anche il tempo: latino fluere, greco Úéw, sanscrito ksar, antico inglese flōwan, inglese moderno to flow. Altri concetti importanti legati al verbo emigrare sono due lessemi, uno con valenza negativa – affondare,  e l’altro, finalmente, con una speranza, la speranza di gettare un ‘ponte’ tra le rive così perigliose del vagare in altre terre. Perché è proprio questo’vagare’ che si deve evitare per non affondare nella depressione e nella deviazione. Affondare dal latino (sub)emergere, greco (kata) dúw, antico inglese sincan, sanscrito majj, inglese moderno to sink; ponte dal latino pōns, greco g›fnrš, antico inglese brycg, inglese moderno bridge. Mettendo insieme tutte queste parole con le loro derivazioni e diramazioni nelle varie lingue indoeuropee, forse,  possiamo meglio comprendere il valore semantico del verbo ‘emigrare.’

All’interno delle attività per l’integrazione, il concetto di carità si arricchisce di tutte quelle sfumature proprie dell’amore, di quell’amore che, anche se riferito alla parola greca eros/ἔρως, eleva l’amore umano a quello divino attribuendogli quella nozione di infinito e di unicità, come ci fanno notare sia Benedetto XVI nella sua  Encyclical Letter che Papa Giovanni Paolo II nel suo libro Love and Responsability.

Maria Rosaria D’Acierno Professore di Linguistica – Università di Napoli    

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