Le (nuove) negoziazioni sindacali nell’era del coronavirus.

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Le (nuove) negoziazioni sindacali nell’era del coronavirus.di Giovanni Piccirillo, Responsabile Relazioni Industriali e Normativa del Lavoro di Ericsson Italia, leader mondiale nella fornitura di tecnologie e servizi per la comunicazione.
E se il coronavirus rappresentasse una vera e propria ‘sliding door’ per affidare definitivamente alla memoria quel complicato – ma avvincente al tempo stesso e lo dico per maturata esperienza e, non vi nascondo, con un pizzico di sottesa nostalgia… – intrigo corredato di liturgie, mezze parole e tante notti trascorse anche senza vedere l’alba di un accordo?
Già, perché in un mondo che si è fermato all’improvviso, obnubilato dal suo stesso potere e dalla spasmodica ricerca di voler sempre andare oltre – con le persone che finalmente e auspicabilmente comprenderanno di doversi riappropriare della loro centralità nella prospettiva di un nuovo umanesimo – ecco che si staglia prepotente e inevitabile, in un orizzonte sempre più vicino e attuale, la necessità che le storiche (ho tolto il suffisso “prei” in extremis…) e consolidate modalità con cui si sono fin qui tenute le negoziazioni sindacali cedano il passo a un pragmatismo che ha un nome e un cognome ben precisi: tecnologia e digitalizzazione.
Se pensiamo a quante lunghe, e a volte interminabili, trattative sono state condotte dal Dopoguerra a oggi, alcune delle quali hanno addirittura segnato nel bene e nel male il destino del nostro Paese, di tante aziende e di migliaia e migliaia di lavoratori e delle loro famiglie, il primo pensiero vola a un ambiente preciso.
Mi riferisco a quegli enormi saloni, spesso mal illuminati e dalle pareti ‘vissute’, che ospitavano lunghi tavoloni dalle gambe precarie, sedie che qualche volta vincevano, chissà come e perché, la forza di gravità, fogli che venivano branditi come un’arma, prima di licenziare l’ultima versione del testo e apporre con orgoglio la propria firma olografa, ma sulla quale non potevano mai mancare la correzione e la cancellatura dell’ultimo secondo.
Quando il fumo è stato bandito dagli ambienti chiusi, con grande soddisfazione non solo di chi già manifestava velleità salutistiche ante litteram (oggi a volte esasperate), ma anche e soprattutto delle mamme e delle mogli che si dimostravano provette apneiste lontano dall’acqua pur di non ricevere troppo nocumento da quei penetranti e tutt’altro che graditi effluvi, ecco venir meno un altro elemento ‘istituzionale’.
Addirittura si indossavano quasi i panni di un martire contento quando tra gli interlocutori c’era qualcuno che continuava imperterrito, in barba a qualsiasi divieto, a far roteare la manifestazione esterna di quella sigaretta, che assumeva le forme più strane prima di disperdersi e dileguarsi sul soffitto. Si poteva pure tossire, dimostrare di essere in preda a evidenti problemi di respirazione, ma si doveva sopportare.
Però alla fine si era soddisfatti quando si portava a casa un buon risultato e nessuno poteva dire che si era solo perso del tempo. Chiedere ai propri polmoni se la pensassero allo stesso modo sarebbe stato esercizio tendente al masochismo più spinto.
E ora? Quale futuro attenderà le vecchie tecniche di negoziazione, la proverbiale comunicazione non verbale, la stretta di mano, atto dalla scontata semplicità, ma più impegnativa e vincolante del nero su bianco?
Limiti e vantaggi delle trattative digitali
Avranno ancora un senso compiuto espressioni come, per esempio: il sindacato ha “rotto il tavolo” (e giù a spiegare, a chi non è del mestiere, che non si tratta dell’effetto della ‘carezza’ dei pugni battuti per attirare maggiore attenzione o far capire alla controparte l’ineluttabilità di quella specifica rivendicazione, ma dell’interruzione delle trattative), “tavolo unitario” (abbastanza intuitivo, ma poi mica tanto) oppure fare un “unico tavolo” (ed ecco fioccare riferimenti culinario-architettonico-logistici), se quest’ultimo mai più esisterà perché tutti gli attori protagonisti potranno adagiare le loro braccia su quello virtuale lungo le autostrade telematiche?
Per indire una riunione e prenotare una sala? Tranquilli, ci penserà una piattaforma ad allestire l’ambiente digitale. E non sarà più necessario neanche individuare il dove perché basterà soltanto il come.
Chissà, forse questo stare fisicamente distanti consentirà di fare passi da gigante nella gestione del tempo, darà corso a una rimodulazione delle regole di ingaggio – il braccio alzato quale manifestazione di consenso o dissenso sostituito da un like o da un unlike? Incredibile dictu… – e farà autoalimentare un’inconscia volontà di raggiungere quanto prima il risultato, con conseguenti recuperi (benedetti come mai dal Responsabile delle Risorse Umane per il venir meno degli oneri per trasferte e numerosità dei permessi retribuiti in capo alle Rsu) in termini di efficienza e di produttività e limitando allo stretto indispensabile le fasi prodromiche. Anche perché i problemi di connessione possono sempre far capolino da un momento all’altro…
Quali saranno le virtù del nuovo negoziatore telematico? Quante trattative in passato si sono concluse per getto della spugna perché inevitabilmente orientate a vantaggio di chi, resistendo a fame e stanchezza, rimaneva lucido più a lungo. E ora?
Per non parlare infine della modalità di sottoscrizione degli accordi, di scambio di bozze a mezzo Pec, sigillate dalla firma digitale, previa abilitazione… Può limitarsi a tutto questo il complesso (sotto certi aspetti anche romantico) sistema di gestione e finalizzazione di una trattativa sindacale?
È probabile che dovremmo progressivamente abdicare a quei momenti di scambio per chiarirsi sulla portata di tante affermazioni, che aiutano a capire di che pasta è fatto l’interlocutore e fin dove ci si può spingere, perché surrogati da procedure informatiche per loro natura e definizione elementari, sintetiche, semplificate e povere, che non danno la ricchezza del contatto umano. Avanzi pure la tecnologia, ma non rinuncio allo spazio per guardarsi negli occhi senza l’intermediazione di un Pc e all’illeggibile scarabocchio in calce.

(Articolo tratta da www.paroledimanagement.it per concessione dell’autore)

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