“Noi e loro”. Le riflessioni dopo il ferimento della piccola Noemi

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di Sabato Covone

Se questa primavera stenta a decollare forse dovremmo riavvolgere il nastro da dove è iniziato: a Padova. Dal 1996, ogni 21 marzo, l’associazione Libera celebra la “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”, nel corso della quale vengono citate tutte le persone ammazzate dalla criminalità organizzata. Si va dai magistrati ai giornalisti, passando per sacerdoti, agenti delle forze dell’ordine, politici, collaboratori e testimoni di giustizia, commercianti e tutti coloro i quali si sono impegnati a favore della legalità.
La definizione riguarda anche chi è stato oggetto dell’azione mafiosa senza esserne destinatario diretto, cioè individui colpiti per sbaglio, a causa di una pallottola vagante o perché sono stati scambiati per dei bersagli; nella maggior parte dei casi è a costoro che impropriamente si associa l’attributo. Se si è avvertita l’esigenza di arricchire l’espressione con l’aggettivo “innocente” vuol dire che si pensa anche a morti “colpevoli”, ma chi sono? Il 3 maggio una bambina napoletana di quattro anni è stata colpita da un proiettile, è ricoverata, è in una situazione delicatissima e i media stanno riportando notizie giorno per giorno. Salvo sporadici cenni, però, non ci si occupa di un’altra delle persone ferite dall’assassino, un presunto camorrista inseguito dal killer. Come mai? L’indignazione per la piccola è stata elevatissima, mentre l’uomo è stato quasi ignorato, in quanto probabile membro di una cosca. Un tempo l’impegno istituzionale contro i clan era scarso, per vari motivi, tra cui quello per il quale i delinquenti si ammazzassero tra di loro; l’attenzione aumentò quando si comprese che anche i soggetti esterni all’organizzazione potessero essere uccisi. Si crede che la società sia andata oltre tale assunto, ma non è vero, in quanto la situazione attuale dimostra che a nessuno importa quando un malavitoso attenti alla vita di un suo pari, l’importante è che non aggredisca persone lontane da lui. Nessuno si è mai curato del reale problema: ci sono dei morti, di qualunque categoria essi siano. In Italia non esiste la pena di morte, nemmeno lo Stato è autorizzato a togliere la vita, perciò come possiamo pensare che un cittadino privato possa farlo? La Repubblica (art. 2 Cost.) deve riconoscere e garantire a tutti, indistintamente, i diritti inviolabili dell’uomo, rimuovere (art. 3 Cost.) gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza del cittadino e limitano il pieno sviluppo della persona umana. Perché questo ragionamento generale non deve riguardare anche i delinquenti che hanno preso un’altra direzione, se pure ad essi si applica la Costituzione. Nessun medico ha imposto ai mafiosi di uccidere, violentare, rubare, estorcere, spacciare o danneggiare in qualsiasi altro modo gli altri, eppure per loro le punizioni non devono essere contrarie al senso di umanità (art. 27 Cost.) ed anzi devono tendere alla rieducazione del reo. Come può però essere rieducato un morto? Lo Stato fallisce nel momento in cui un criminale non viene assicurato alla Giustizia, anche se gli viene impedito di perpetrare misfatti in altri modi, come la soppressione fisica. Per l’Italia l’assassinio di un funzionario e quello del suo omicida devono essere considerati allo stesso modo: una sconfitta.

La mancata rivalutazione di certi territori a volte spinge gli abitanti ad agire da sé non riconoscendo lo Stato: è qui che nascono la Camorra o la N’drangheta. L’esasperazione per l’abbandono instilla nelle menti degli autoctoni l’idea di una pubblica amministrazione parallela, la quale segue regole proprie, celeri, dunque più efficaci di quelle rispettate dallo Stato. Invece di ricorrere ad un impegno strutturale politico, umano o religioso si preferisce rattoppare, dopo e male. Di conseguenza la Classe Dirigente esulta quando un farabutto viene fermato con la morte, perché è stato incapace di impedirne il passaggio alla disonestà e di fermarlo con altri sistemi, quindi viene offuscata l’inadeguatezza di una certa politica. Invece è meglio prevenire che curare. Giuseppe Impastato aveva ragione quando definiva la Mafia come una “montagna di merda”, poiché è un fenomeno negativo, senza alcun tipo di eccezione. Non è corretto, però, considerare gli affiliati come dei reietti, soggetti da respingere dalla società; è sbagliato isolarli od emarginarli, ma dobbiamo assumere verso di essi un atteggiamento inclusivo. Cominciamo a dare un nome anche alla vittima designata: Salvatore Nurcaro; chiediamogli cosa voglia fare nella vita, proponiamogli dei percorsi alternativi, facciamolo sentire come uno di noi, non come una bestia priva di ragione. Ci sono tante iniziative a favore dei tossicodipendenti o di altri detenuti, sia per migliorarne le condizioni carcerarie che per incoraggiarne un riadattamento nella collettività. Purtroppo nei confronti dei mafiosi i progetti sono molto meno frequenti, perché li etichettiamo. Assumere posizioni nette ed integre contro un certo modo di fare non può aizzarci, non possiamo discriminare taluni soggetti. Non si può tollerare la criminalità, ma, al contempo, caricare i nostri animi di livore non ci permette di trovare spiragli per un mondo migliore. Brindare alla morte di un boss non ci riporterà un familiare o un eroe trucidati, mentre evitare che certe persone si associno ad altri farabutti ci eviterà un sacco di lacrime. Perché vogliamo essere per loro ciò che essi sono stati per noi? Perché non ci sforziamo di essere migliori di loro? Cambiamo le menti a suon di carezze, non di manganelli. Non servono i soldati nelle piazze, come si invocava il 9 aprile, allorquando un uomo fu ucciso davanti agli occhi del nipote di tre anni, bensì punti di coesione. Se ci impegnassimo nel trovare risposte ai disagiati, se la meritocrazia avesse vita facile in ambito professionale, faremmo terra bruciata intorno alle famiglie criminose senza rendercene conto. Non basta, è vero. Come dice Nicola Gratteri dobbiamo far capire che delinquere non conviene, mentre oggi i mezzi per farla franca sono molteplici. Lo strumento penalistico è essenziale e i benefici per coloro i quali decidono, pur con ritardo, di parteggiare per lo Stato, devono essere efficaci. Le autorità devono essere capaci di soddisfare l’istanza deterrente, ma noi non dobbiamo diventare una sorta di Inquisizione. Il maccartismo e la caccia alle streghe non hanno raggiunto i risultati sperati. Negli anni ’30 le persecuzioni illusero Mario Mori di aver sconfitto Cosa Nostra, ma la stessa era solo in attesa di tempi migliori, proprio perché trattare i nemici come dei rifiuti non aveva causato la loro sconfitta: i malavitosi erano solamente diventati più bravi a nascondersi e a reagire. L’inefficienza dello Stato americano negli anni ’40 e di quello italiano negli anni ’60 fu propizia per un rinvigorimento dell’associazione.

Il passo successivo alla lotta giudiziaria o alle manifestazioni di piazza deve essere il coinvolgimento, nell’opera di aiuto e sostegno offerta dalla cittadinanza, di chi decide di intraprendere un cammino scellerato.

“Fatta l’Italia [Stato] facciamo gli Italiani [Nazione]” ed estendiamo il concetto di Massimo D’Azeglio anche ad una prospettiva più ampia: i buoni non sono così buoni se escludono gli altri dal reinserimento e i cattivi non sono così cattivi se sono estromessi da qualsiasi accoglienza.

Sarà un giorno felicissimo quello in cui sentiremo ripetere i nomi dei mafiosi ammazzati assieme a quelli dei vari giudici uccisi…tutti con un carnefice comune, tutti in un pensiero comune: non si può fare del male agli altri.

 

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