SANT’Oggi. Domenica 26 marzo la chiesa festeggia san Castulo di Roma e san Emanuele di Anatolia

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SANTOggi. Domenica 26 marzo la chiesa festeggia san Castulo di Roma e san Emanuele di Anatoliaa cura di don Riccardo Pecchia
Oggi 26 marzo la chiesa festeggia san Castulo di Roma, secondo la Passio di san Sebastiano, era il cubiculario (domestico) o un tesoriere dell’imperatore Diocleziano, e marito di sant’Irene, e nascondeva molti cristiani nel palazzo imperiale del Palatino. Riveste un ruolo nel racconto della vita di san Sebastiano; lo introduce a corte, e, convertitosi al cristianesimo, lo imita dedicandosi all’assistenza dei cristiani incarcerati e partecipando ad alcune funzioni religiose all’interno del SANTOggi. Domenica 26 marzo la chiesa festeggia san Castulo di Roma e san Emanuele di Anatoliapalazzo stesso dell’imperatore. Assiste in carcere anche i fratelli martiri Marco e Marcelliano. Con l’amico Tiburzio, portò alla conversione uomini e donne che presentò a papa Caio, che amministrò loro il battesimo. Fu tradito da un apostata, un certo Torquato, che lo denunciò al cospetto di Fabiano, prefetto della città, fu arrestato e, dopo aver sopportato coraggiosamente le torture, fu gettato in una fossa e sepolto vivo sotto una massa di sabbia, sulla via Labicana. Morì a Roma nel 286.
SANTOggi. Domenica 26 marzo la chiesa festeggia san Castulo di Roma e san Emanuele di Anatolia26 marzo: san Emanuele di Anatolia, nacque in Anatolia (odierna Turchia) nel III secolo, fu martirizzato insieme a Codrato (conosciuto anche come Quadrato) e a Teodosio. Secondo quanto narrato da uno dei sinassari (lista di santi) bizantini si narra che Codrato, vescovo di una giovane comunità di cristiani dell’Asia minore, era stato sconsigliato dai pagani dal manifestare la sua fede e dall’esercitare la sua guida nella comunità, ma rifiutatosi non li ascoltò e continuò come prima ad esercitare il suo apostolato, visitando e battezzando i prigionieri, allora fu catturato ed ucciso. Dopo la morte del vescovo, Emanuele e Teodosio non tollerarono tale violenza e si presentarono al governatore della provincia professando apertamente la loro fede per rendere testimonianza, pur sapendo cosa rischiassero, subirono anch’essi il martirio per decapitazione, presumibilmente nel III secolo.

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