SANT’Oggi. Martedì 12 marzo la chiesa ricorda san Luigi Orione e san Massimiliano di Tebessa

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 a cura di don Riccardo PecchiaSANT’Oggi. Martedì 12 marzo la chiesa ricorda san Luigi Orione e san Massimiliano di Tebessa
Oggi 12 marzo la chiesa ricorda san Luigi Orione, nacque a Pontecurone (Alessandria) il 23 giugno 1872, il padre era selciatore di strade; la madre, donna di casa, di profonda fede e di alto senso educativo. Luigi pur intuendo la vocazione al sacerdozio, per tre anni (1882-1885) aiutò il padre come garzone selciatore. Il 14 settembre 1885, a 13 anni, venne accolto nel convento francescano di Voghera (Pavia), ma nel giugno 1886 una polmonite ne mise in pericolo la vita e dovette tornare in famiglia. Dal a ottobre 1886 all’agosto 1889 fu allievo dell’Oratorio di Valdocco (Torino). San Giovanni Bosco ne notò le qualità e lo annoverò tra i suoi prediletti. A Torino conobbe anche le opere di carità di san Giuseppe Benedetto Cottolengo, vicine SANT’Oggi. Martedì 12 marzo la chiesa ricorda san Luigi Orione e san Massimiliano di Tebessaall’Oratorio salesiano. Il 16 ottobre 1889 iniziò il cammino vocazionale nel seminario di Tortona. Ancora giovane chierico fu sensibile ai problemi sociali ed ecclesiali che agitavano quell’epoca travagliata. Si dedicò alla solidarietà verso il prossimo con la Società di Mutuo Soccorso San Marziano e la Conferenza di San Vincenzo. Il 3 luglio 1892, aprì a Tortona il primo Oratorio San Luigi per curare l’educazione cristiana dei ragazzi. Mentre il 15 ottobre 1893, ancora chierico di 21 anni, aprì un Collegio nel rione San Bernardino, destinato a ragazzi poveri, che desideravano studiare. Il 13 aprile 1895, Luigi fu ordinato sacerdote e nella medesima celebrazione il Vescovo impose l’abito clericale a sei allievi del suo collegio. A partire dal 1899 comincia a raccogliere intorno a sé un primo gruppo di sacerdoti e chierici che andranno a fondare la Piccola Opera della Divina Provvidenza. Animato da un grande amore alla Chiesa e ai suoi Pastori e dalla passione per la conquista delle anime, si interessò dei problemi emergenti del tempo, quali la libertà e l’unità della Chiesa, la questione romana, il modernismo, il socialismo, la scristianizzazione delle masse operaie. Dopo il terremoto del dicembre 1908, Luigi accorse a Reggio Calabria e Messina per prestare soccorso in modo particolare agli orfani e divenne promotore delle opere di ricostruzione civile e religiosa. Per diretta volontà di Pio X fu nominato Vicario Generale della diocesi di Messina. Lasciata la Sicilia dopo tre anni, poté dedicarsi alla formazione e allo sviluppo della Congregazione. Aiuterà con grandissimo impegno, i terremotati della Marsica, il 13 gennaio 1915. Il 29 giugno 1915, fondò la Congregazione delle Piccole Suore Missionarie della Carità, animate dal medesimo carisma, la carità verso i poveri, gli infermi, i servizi d’ogni genere negli istituti di educazione, negli asili per l’infanzia e nelle varie opere pastorali. Dopo la prima guerra mondiale si moltiplicarono scuole, collegi, colonie agricole, opere caritative e assistenziali. In particolare, Luigi fece sorgere alla periferia delle grandi città i Piccoli Cottolengo. Fu predicatore, confessore e organizzatore instancabile di pellegrinaggi, missioni, processioni, presepi viventi e altre manifestazioni popolari della fede. Grande devoto della Madonna, ne promosse la devozione con ogni mezzo. Nell’inverno del 1940, già sofferente di angina pectoris e dopo due attacchi di cuore aggravati da crisi respiratorie, Luigi si lasciò convincere dai confratelli e dai medici a cercare sollievo in una casa della Piccola Opera a Sanremo. Dopo soli tre giorni, morì il 12 marzo 1940.
SANT’Oggi. Martedì 12 marzo la chiesa ricorda san Luigi Orione e san Massimiliano di Tebessa12 marzo: san Massimiliano di Tebessa, figlio del funzionario Fabio Vittore e arruolato per il servizio militare. L’episodio ci è stato tramandato dalla Passio Sancti Maximiliani, che è di fatto il verbale dell’interrogatorio, cui viene sottoposto Massimiliano da parte del proconsole Dione per essere arruolato nell’esercito romano. Massimiliano, pur essendo dichiarato abile al servizio militare, si rifiuta: per lui militare significa inevitabilmente mala facere. Egli dichiara: «Non posso fare il soldato, non posso fare il male, sono cristiano». Massimiliano viene accusato di disubbidire al potere costituito e per questo condannato a morte. L’interrogatorio di Massimiliano avviene nel foro. Il proconsole Dione non mostra astio né violenza nei confronti di Massimiliano, anzi al contrario sembra manifestare una certa pazienza. Tuttavia Dione non poteva tollerare che fossero contestati i pilastri su cui reggeva l’impero romano: l’identificazione del militare con il malefacere equivaleva a contestare l’esercito romano e ciò non poteva essere accettato. Da qui la condanna esemplare, affinché servisse da lezione per tutti. Il proconsole si trova di fronte un giovane nelle cui parole non vi è polemica, né disprezzo nei confronti dell’autorità. Il suo argomentare è limpido e semplice: il servizio militare è, per il giovane cristiano, una professione intrinsecamente negativa in quanto si identifica con malefacere, termine che si riferiva non solo agli atti idolatrici che i soldati erano tenuti a compiere, ma anche e soprattutto alla violenza e alla sopraffazione che caratterizzavano il servizio militare. Massimiliano è convinto che il cristianesimo non sia compatibile con la vita militare e con gli atti che implica. Da qui il rifiuto, espresso con fermezza. Pur nella loro brevità, le parole: Christianus sum, racchiudono una sorta di confessione di fede ed erano intese dai magistrati come dichiarazioni impegnative per chi le pronunciava. Massimiliano non è propriamente condannato perché cristiano, ma perché si rifiuta di “militare”. A fronte di una tale chiara e precisa posizione, il proconsole Dione pronuncia la condanna a morte, mediante decapitazione, avendo egli rifiutato il servizio militare e lo fa senza odio religioso e senza particolare accanimento nei confronti di Massimiliano. La sentenza di condanna a morte è la conseguenza del fatto che la situazione politica e militare della regione non permetteva defezioni dall’esercito o tolleranza verso chi non intendeva vestire la divisa. La condanna doveva servire da lezione per tutti coloro, che per vari motivi, volevano sottrarsi all’arruolamento. Prima di morire, rivolgendosi al padre che lo accompagnava, con volto radioso, disse di donare al carnefice la sua veste nuova, che il genitore aveva preparato per il servizio militare. Il padre, facendo ritorno a casa, lodava Dio ed era pieno di gioia, avendogli mandato innanzi un così prezioso dono, a lui che era pronto a raggiungerlo in seguito. Morì il 12 marzo 295, a 21 anni; patrono degli obiettori di coscienza.

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