SANT’Oggi. Sabato 19 maggio la chiesa celebra san Celestino V e san Crispino da Viterbo

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SANT’Oggi. Sabato 19 maggio la chiesa celebra san Celestino V e san Crispino da Viterbo
a cura di don Riccardo Pecchia 
Oggi 19 maggio la chiesa celebra san Celestino V (al secolo Pietro Angelerio detto Pietro di Morrone), 192º Papa della Chiesa cattolica; nacque in Molise probabilmente a Isernia o a Sant’Angelo Limosano fra il 1209 ed il 1215, da una famiglia di modesti contadini. Da giovane, per un breve periodo, soggiornò presso il monastero di Santa Maria in Faifoli (Campobasso). Mostrò una straordinaria predisposizione all’ascetismo e alla solitudine, ritirandosi nel 1239 in una caverna isolata sul Monte Morrone (L’Aquila). Nel 1240 si trasferì a Roma, presso il Laterano, dove studiò fino a prendere gli ordini sacerdotali. Lasciata Roma, nel 1241 ritornò sul Monte Morrone, in un’altra grotta, presso la piccola chiesa di Santa Maria di Segezzano. Dopo avere costituito una congregazione SANT’Oggi. Sabato 19 maggio la chiesa celebra san Celestino V e san Crispino da Viterbodenominata “dei frati di Pietro da Morrone”, Pietro nel 1273 si reca a Lione (Francia), qui stanno per cominciare i lavori del Concilio di Lione II deciso da Gregorio X. Lo scopo di Pietro è quello di impedire che il suo ordine monastico venga soppresso. Il 4 aprile 1292, muore papa Niccolò IV, e poco dopo si riunisce il conclave per l’elezione del nuovo pontefice. Il numero ridotto di porporati, solo 12, non riesce a ottenere i voti necessari per diventare papa. Sopravvenne un’epidemia di peste che indusse allo scioglimento del Conclave. Passò più di un anno prima che il Conclave potesse nuovamente riunirsi. Finalmente si riuscì a trovare una soluzione condivisa, stabilendo la nuova sede nella città di Perugia; era il 18 ottobre 1293. I porporati, però, non riuscivano ad eleggere il nuovo papa. Solo il 5 luglio 1924 che il Conclave nomina, dopo 27 mesi dalla morte di Niccolò IV, Pietro Angelerio del Morrone come nuovo papa. La scelta ricade su di lui anche perché la figura di un monaco eremita estraneo alle politiche della Santa Sede e totalmente digiuno di esperienze di governo serve, a rassicurare le monarchie europee, e dall’altro la popolazione, desiderosa di una guida spirituale. Pietro riceve la notizia dell’elezione da tre ecclesiastici, saliti sul Monte Morrone per dargli l’annuncio. Quando i messi si inginocchiano davanti a lui, Pietro si prostra con umiltà e fissando il crocifisso, appeso alla parete, inizia a pregare. Solo dopo una lunga meditazione, dichiara di accettare l’elezione. Pietro, in sella a un asino, si reca all’Aquila, dove il 29 agosto 1294 viene incoronato con il nome di Celestino V. Tra i suoi primi atti da pontefice c’è l’emissione della Bolla del Perdono, che concede l’indulgenza plenaria a tutti coloro che dopo essersi pentiti e confessati si recano nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio all’Aquila. Il 18 settembre Celestino V indice il suo primo (e ultimo) Concistoro, nel corso del quale nomina 13 nuovi. Lo scopo di queste nuove nomine è quello di riequilibrare il Sacro Consiglio. Dietro consiglio di Carlo d’Angiò, trasferì la sede della Curia da L’Aquila a Napoli fissando la sua residenza in Castel Nuovo, dove fu allestita una piccola stanza, dove egli si ritirava spesso a pregare e a meditare. Nel corso delle sue meditazioni, Celestino V giunge alla decisione di rinunciare al soglio pontificio, complici le difficoltà incontrate nell’amministrazione della Chiesa. Ecco che il 13 dicembre 1294 Celestino V legge la rinuncia all’ufficio di romano pontefice. Pochi giorni dopo la rinuncia di Celestino V, il nuovo pontefice Bonifacio VIII (Benedetto Caetani) ordina di controllare Pietro, per evitare che venga rapito dai suoi nemici. L’anziano monaco, venuto a saperlo, prova a scappare verso oriente, dopo aver fatto tappa sul Morrone, raggiunge Vieste e prova a imbarcarsi per la Grecia. Viene catturato a Santa Maria di Merino il 16 maggio 1295 e rinchiuso nella rocca di Fumone (Frosinone), di proprietà dei Caetani. Morì il 19 maggio 1296, a 87 anni.
SANT’Oggi. Sabato 19 maggio la chiesa celebra san Celestino V e san Crispino da Viterbo19 maggio: san Crispino da Viterbo, (al secolo Pietro Fioretti), nacque a Viterbo il 13 novembre 1668, da una famiglia molto povera. Orfano del padre ancora in tenera età, si prenderà cura di Pietro lo zio paterno Francesco che gli consentirà di frequentare con profitto le scuole primarie presso i gesuiti, per poi accoglierlo come apprendista nella sua bottega di calzolaio. Pietro si sarebbe deciso a farsi cappuccino in occasione di una processione penitenziale che si svolgeva a Viterbo per impetrare la pioggia in tempo di grave siccità. In quella processione sfilavano anche i novizi scesi dal convento della Palanzana. Infatti il 22 luglio 1693, a 25 anni, entrò nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini adottando il nome di Crispino, nel suddetto convento per compiervi l’anno di noviziato. Pronunciati i voti nel 1694 entrò nel convento della Tolfa (Roma) come cuoco. Qui fu l’autore del suo primo miracolo: le guarigione improvvisa di una donna colpita da una forma contagiosa d’influenza che aveva già portato alla tomba numerosi tolfetani. Presto la sua fama di taumaturgo si diffuse e per prudenza le autorità francescane disposero il suo trasferimento a Roma, che ebbe luogo nel 1697. Ammalatosi qui probabilmente di tisi, fu trasferito nel più salubre ambiente dei Castelli romani e quindi ad Albano. Qui ricevette più volte la visita di papa Clemente XI, durante i suoi soggiorni a Castel Gandolfo. Inviato a Monterotondo vi rimase per alcuni anni, trasferendosi poi nel 1709 ad Orvieto. Qui si dedicò alla questua quotidiana ed alle opere di assistenza agli ammalati di un ospizio a pochi chilometri da Orvieto, dove fu protagonista di numerose guarigioni miracolose. Ebbe anche l’occasione di prendersi cura di neonati abbandonati presso la porta del convento. Crispino fu esemplare nella vita di fraternità, soprattutto attraverso un servizio sollecito, umile, inventivo e gioioso ai fratelli. In tutta la sua vita si distinse nella povertà evangelica. Sobrio nell’uso delle cose, fu estraneo da qualunque superfluità o ricercatezza. Per la salvaguardia di questa virtù si avvalse di tre mezzi: una singolarissima devozione alla Vergine, la preghiera, la penitenza. Divenne modello di obbedienza, intesa come fonte viva di gioia perenne e mezzo efficace per conservare la pace personale e l’armonia fraterna. Crispino è il santo della gioia, di quella gioia cristiana che è frutto dell’ascolto e della interiorizzazione della parola di Dio, della pacificazione e comunione con i fratelli, comportamento che gli procurò non pochi guai. Colpito da podagra (gotta del piede) e chiragra (gotta della mano), nonostante si nutrisse con parsimonia, trascorse gli ultimi due anni di vita praticamente a letto, che lasciava solo per andare a visitare altri gravi infermi ricoverati all’ospizio o nelle proprie case, il 13 maggio 1748 lasciò il convento di Orvieto per la volta di Roma. Morì il 19 maggio 1750; patrono dei calzolai.

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