Todisco sul terremoto dell’80: “Ricordo il rifugio ad Avella, il Duomo di Avellino con il “cappello” rotto, una nebbia pesante e improvvisa di polvere di un palazzo crollato”.

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Francesco Todisco ricorda il terremoto dell’80 in Irpinia.

“Non ho mai avuto simpatia per gli anniversari. Più sono importanti e più rischiano di essere vuoti. E però il rischio della rimozione, più o meno consapevole, soprattutto degli eventi più traumatici sta sempre là, sta nelle cose degli uomini. Probabilmente, si tratta semplicemente di un istinto di autodifesa per andare avanti. I fili della memoria non dovrebbero mai spezzarsi. Sono necessari i nodi che di tanto in tanto li rimettano insieme. Quei nodi possono essere gli anniversari e, certamente, sono i nostri ricordi.

Un maestro, Primo Levi, diceva che “la memoria è uno strumento molto strano, uno strumento che può restituire, come il mare, dei brandelli, dei rottami, magari a distanza di anni”.

Avevo cinque anni quella sera. Ricordo una nebbia improvvisa e pesante (era la polvere di un palazzo crollato a poca distanza). Ricordo i nostri vicini di sempre che lasciavano le proprie case e i nuovi vicini di una notte nel parcheggio del Campo “Coni” a via Tagliamento; il cielo di quella notte e tante persone a fumare fuori dalle proprie macchine osservati da una vecchia Fiat. Ricordo di aver ascoltato parole di paura e di timore per gli “sciacalli” pronti ad approfittare delle case incustodite (di eroi e di sciacalli ce ne sono in tutte le tragedie). Ricordo il rifugio ad Avella, il lutto sospeso delle ricerche e il lutto compiuto dei ritrovamenti fra le macerie. Poche lacrime da parte degli adulti, forse era più la rabbia, forse la rassegnazione, forse l’incredulità, forse un tentativo di difenderci e di andare avanti.

Più di tutto, ricordo il “giorno dopo” che non so se sia davvero mai terminato: la mia prima elementare, di un anno scolastico cominciato in ritardo e andato avanti a turni alterni, fra mattine e pomeriggi, in un prefabbricato leggero a via degli Imbimbo; i negozi che abbiamo conosciuto da bambini e da ragazzini, che erano baracche. Le più belle, per meglio dire le più grandi, nella zona fra il Convitto e la Villa Comunale; le distese di alloggi prefabbricati che chissà per quale ragione portavano il nome delle repubbliche marinare (campo Genova, dove oggi c’è una postazione mobile per i tamponi, è una di quelle); il Duomo con il “cappello” rotto e la Torre dell’orologio, semicrollata, nascosta per tanto tempo, e poi riapparsa dopo un restauro fatto pietra per pietra.

Penso al fatto che gli avellinesi cresciuti e nati dal terremoto in poi non hanno mai conosciuto un paesaggio definito e certo della loro città da fissare in testa. Abbattimenti, cantieri e ricostruzioni: questo è stato il ritmo del nostro paesaggio, che ha segnato anche il nostro paesaggio interiore.

Le tragedie portano e lasciano tante cose. Tante immagini e tanti sentimenti. Il peggio e il meglio degli uomini. Le ruberie e la generosità, la disumanità di certi arricchimenti e l’umanità che si compie nell’altro.

Mi piace pensare che nella stragrande maggioranza di chi l’ha vissuta abbia lasciato una lezione di dignità. Di come si affronta la realtà per com’è, senza lamenti e nella consapevolezza della fragile e unica condizione umana. Una lezione che vale per tutte le tragedie. E mi piace pensare che chi ha conosciuto la sensazione della terra che gli trema e che gli crolla sotto i piedi la porti con sé e possa insegnarla. In fondo, per dirla col poeta e cantante emiliano, dall’altra parte dello stesso nostro Appennino, ognuno di noi quando è chiamato al succo della propria esistenza dovrebbe ricordarsi che ha “da far cose più serie, costruir su macerie o mantermi (si) vivo”.

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