TRAUMA E ABUSO: L’epidemia nascosta (1° parte)

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Cosa accade nella mente e nel cervello delle persone, in grado di tenerle intrappolate in un luogo da cui desiderano scappare più di qualsiasi altra cosa? Non bisogna essere un soldato per imbattersi nel Trauma. Gli eventi traumatici accadono a noi, ai nostri amici, alle nostre famiglie e ai nostri vicini. E non sono tutti uguali: possono essere episodi singoli o continuativi, intenzionali o meno, avvenire in età infantile, adolescenziale o adulta, vissuti in prima persona, in modo vicario o trasmesso nel corso delle generazioni.

Un po’ di numeri: ogni anno in Italia circa 100.000 minori sono presi in carico dai Servizi Sociali per maltrattamento e abuso, con un costo annuale sul bilancio dello Stato di circa 13 miliardi di euro (lo 0,84% del PIL) (CISMAI, Terres des Hommes, 2013; Università Bocconi 2013) e la maggior parte di essi avviene all’interno delle mura domestiche. Almeno 400.000 minori sono vittime di violenza assistita di genere, cioè maltrattamenti fisici, sessuali, psicologici, economici perpetrati sulle loro madri, da mariti e partner (ISTAT, 2007). Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) il 35% delle donne in tutto il mondo è stato vittima di violenza fisica o sessuale. Ignorare la realtà del Trauma, la sua complessità e la sua diffusione all’interno del tessuto familiare e sociale, rende ciechi e impotenti verso quella che possiamo denominare “l’epidemia nascosta”. Le esperienze traumatiche lasciano tracce nella società di cui facciamo parte e nella quotidianità di chi le subisce, nella mente e nelle emozioni, nella capacità di provare gioia, di entrare in intimità e, persino, nella biologia e nel sistema immunitario. Il trauma non colpisce solo chi ne è direttamente interessato ma anche le loro famiglie: aver trascorso l’infanzia in contesti familiari violenti compromette, spesso, la capacità di costruire relazioni stabili e fiduciose da adulti.

Come reagisce l’uomo al trauma? Il trauma produce cambiamenti psicologici e neurobiologici reali, come, per esempio, una ritaratura del sistema d’allarme del cervello, un incremento dell’attività degli ormoni dello stress e alterazioni nel sistema deputato a discriminare le informazioni rilevanti e quelle irrilevanti: gli individui traumatizzati sono spesso ipervigili rispetto alla minaccia, a scapito della possibilità di essere pienamente coinvolti nella loro vita quotidiana. “Io credo che la vita abbia un senso. Percepisco dentro di me la voce di questo senso nei momenti in cui sono realmente vivo e perfettamente sveglio” (H.Hesse, Il mio credo). Per chi ha subito un Trauma, il mondo appare lontano, inaccessibile, o addirittura, violento e lesivo per il proprio corpo, le proprie emozioni e i propri pensieri.

Come possiamo descrivere il Trauma? Il trauma è per definizione insopportabile e intollerabile. La maggior parte delle vittime di stupro, la maggior parte dei soldati e dei bambini molestati si rivela così turbata al pensiero di ciò che ha vissuto, da cercare in tutti i modi di cancellarlo e andare avanti, come se nulla fosse accaduto. Tutto questo richiede un’energia enorme e mantiene i vissuti di terrore e vergogna legati ad un senso di debolezza e vulnerabilità. Mentre vorremmo “andare oltre”, la parte del nostro cervello deputata a garantire la sopravvivenza (situata ben al di sotto del “cervello razionale”) non ce la fa. Ecco perché, anche molto tempo dopo, un’esperienza traumatica può essere attivata al minimo accenno di pericolo, determinando emozioni sgradevoli (es., una forte Rabbia), sensazioni fisiche intense (es., tachicardia) e azioni impulsive ed aggressive (spesso si avverte il bisogno di “uscire” per evitare di fare del male a qualcuno). Queste reazioni sono incomprensibili e ci dominano: si perde il controllo di sé. Pur ricostruendo la vita, si avverte la sensazione di non essere normale, di sentirsi morti dentro. Spesso la notte non dà sollievo ed è un’escalation di flashback; di frequente solo bere fino all’oblio o guidare in modo spericolato può aiutare a calmarsi. Nei casi peggiori, ci si sente “emotivamente anestetizzati”, distanti, come se il cuore fosse congelato. La sola cosa che, in modo occasionale, risolleva da questo sentimento di inconsistenza è l’intenso coinvolgimento in qualche cosa di particolare oppure il ricordo stesso del trauma. L’evento che causa così tanto dolore, costituisce anche la sola fonte di significato (questo nodo rappresenta una delle principali resistenze in terapia).

Solo quando si riesce a realizzare il significato della sofferenza, riorganizzando l’esperienza e iscrivendola all’interno della propria vita, si è pronti ad uscire da quella spirale di paura e disperazione che non ci rende liberi.

Dr. Sara Migliaccio, neuropsicologa clinica.

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