LE INTERAZIONI SOCIALI AI TEMPI NOSTRI – LA GABBIA DORATA DELL’ APPARENZA

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di Sebastiano Gaglione 

Parlare di interazioni sociali ai giorni nostri non è affatto semplice, soprattutto se contestualizzate, in termini comparativi, con un passato temporalmente non troppo distante, ma che ormai, complice il susseguirsi continuo ed implacabile degli eventi che hanno sconvolto le nostre vite, come la pandemia globale e l’innovazione tecnologica, che ha portato all’utilizzo sempre più incessante dei social media, a cui l’evoluzione umana è stata sottoposta, sembra un ricordo ormai lontano, quasi sbiadito.

La nostra società è molto diversa rispetto a qualche anno fa.
La stessa vita è mutata, così com’è mutato il modo con il quale essa viene vissuta.
I cambiamenti che si sono avuti in tutti questi ambiti sono legati da un unico comune denominatore, le interazioni sociali, che hanno un capo espiatorio: i social media.
Difatti, i social media hanno contribuito in una maniera esponenziale a cambiare le nostre vite.

A partire dal lavoro. Difatti, seppur l’innovazione tecnologica, abbia contribuito a creare nuove figure professionali, ha anche tolto altrettanti impieghi, sostituendo sempre più il calore e la passione della manodopera con la freddezza e la meccanicità di una macchina.
Per non parlare dello “Smart Working” di cui oggi sentiamo parlare più che mai, ma che ha portato con sé, da un lato dei pro, ma dall’altro anche numerosi contro, tra cui: la difficoltà a separare la vita lavorativa dalla privata, la mancanza di una sana competitività con il collega di turno ai fini di un miglioramento personale o anche un banale confronto professionale con quest’ultimo; da tutto ciò, ne consegue un triste aumento del senso di isolamento dell’individuo.

È cambiato il gioco per i bambini. Il proprio quartiere era uno dei tanti punti di aggregazione per giocare e conoscere altri coetanei. Adesso si passa più tempo sui social, che insieme. Si gioca online a Fortnite e si idolatrano i famosi influencer o youtuber del momento.

È cambiata poi la scuola: vero, la DAD è stata indispensabile per continuare, per quanto possibile, il percorso formativo delle nuove generazioni, in epoca Covid, ma senza nulla togliere all’immensa mole di lavoro che i docenti hanno comunque dovuto svolgere, è davvero servito a qualcosa questo metodo di apprendimento virtuale, visto l’uso del multitasking che si può avere sui dispositivi moderni?

Ebbene, fino a qualche anno fa i social media erano affermati, ma non erano alla base delle nostre vite.
Prima era tutto più bello, perché tutto era più vero: conoscevi qualcuno nella realtà, c’era la voglia di vedersi. Fino a qualche anno fa la virtualità era un contorno della realtà.
Oggi, invece, è il contrario.
È tutto meccanico, ci si sente in ogni momento della giornata e dalla virtualità si passa magari alla realtà.
Com’è diventato noioso parlare di tutto, ma in fin dei conti parlare di niente.
Guai oggi ad entrare su Whatsapp e non rispondere all’amico o al partner di turno.
La voglia di vedersi è svanita perché è svanito il desiderio implacabile di viversi.
D’altronde lo si può fare in ogni momento, perché ormai ci si accontenta della virtualità.
Inoltre, sempre restando in tema social media, da quando sono state introdotte le stories la situazione è drasticamente peggiorata.
Andiamo a mangiare fuori e prima di degustare la pizza o il piatto di turno, dobbiamo immortalarlo postandolo sul nostro profilo. Visitiamo un luogo e piuttosto che godercelo con le persone che abbiamo accanto, dobbiamo mostrare a tutti dove ci troviamo.
C’è stato un tempo, invece, in cui le foto venivano custodite gelosamente nella memoria del proprio smartphone (la mancata citazione alle macchine fotografiche digitali è voluta, in quanto stiamo parlando di un tempo non troppo distante da quello odierno).
C’è stato un tempo in cui l’operatore telefonico di turno metteva a disposizione, tramite un’offerta, un numero limitato di sms che dovevano bastare per un mese intero e quindi si era costretti a fare buon uso delle parole, “pesandole”.

Purtroppo viviamo in un mondo povero, controllato. Un mondo che ci fa credere liberi, ma che in realtà ci tiene intrappolati nella sua gabbia dorata. La gabbia dell’apparenza. Un mondo che ci vuole uguali, in cui i poteri forti ci vogliono ignoranti per controllarci e governarci. Un mondo che corre troppo veloce e che spesso ci rende infelici perché ci mette sempre in una continua e costante competizione con gli altri. Ormai si ostenta una presunta felicità tramite l’utilizzo di un dispositivo freddo, perché si deve dimostrare agli altri che si è felici, anche quando magari non lo si è affatto. Tutti vogliono apparire e nessuno vuole più essere.
I social media, indirettamente o meno, hanno scaturito tutto questo.
Ci influenzano, tante volte in negativo. Si fa a gara a chi dimostra di più.
Si è persa la magia di un abbraccio dopo una giornata o una settimana intera senza essersi visti. Si è perso il piacere dell’attesa. Si è persa la riservatezza. Si è persi se stessi.

La verità è che ci vorrebbero più occhi che si guardano, più mani che si sfiorano, più orecchie che si ascoltano. Iniziamo a fare buon uso di questi strumenti. La troppa virtualità ha ormai un po’ stancato. Viviamo di più la vita. Spegniamo di più i social e accendiamo i sentimenti.
Quando usciamo teniamo il telefono in tasca. Torniamo a com’era il mondo agli albori dell’avvento social.
Il mondo che ci vedeva protagonisti delle nostre vite e non comparse delle vite altrui. Riprendiamo la nostra vita in mano. Ora. Prima che sia troppo tardi. Altrimenti, un giorno al posto di ricordi da raccontare o semplicemente da rimembrare, avremo banali storie in archivio prive di significato. Perché i ricordi della nostra mente, quelli vissuti appieno, resteranno sempre lo strumento più bello e l’essere conterà sempre più dell’apparire.

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