CULTURA. Siamo ancora i “mattatori” della commedia all’italiana? Riflessioni e articolo di Raffaele D’Apolito

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di Raffaele D’Apolito

C’è stato un tempo in cui l’Italia, abbagliata dalla luce di stelle del calibro di Mastroianni, Gassman, Sordi, Tognazzi e tanti altri, era definita la “Mecca” del cinema non solo europeo ma addirittura mondiale. Erano anni di fermento, di un’italianità che poi è andata via via smarrendosi. Gli anni del Neorealismo, dove veniva trattata la situazione economica e morale del dopoguerra italiano. Riprese ambientate sullo sfondo delle devastazioni belliche e trame, basate su eventi reali, collocate in massima parte tra le classi disagiate e lavoratrici utilizzando spesso attori non professionisti anche per parti primarie. A rivoluzionare e reinventare il cinema, scuotendolo dalle fondamenta, ci pensano maestri della regia come Fellini, De Sica, Monicelli, Rossellini, dando il via insieme ad altri illustri esponenti ad un periodo d’oro del cinema italiano. Anni in cui gli “spaghetti western” trasmettevano in Italia una rinnovata popolarità, dopo un periodo di decadenza. Fu proprio Sergio Leone a revisionare il genere e a portare sul grande schermo attori di valore come Clint Eastwood, ancora agli albori della carriera e che successivamente sarebbero diventati star internazionali. Non è un caso che in quell’epoca, attori e attrici di grande spessore, americani e non, non si degnavano di calpestare quella mitica passerella che era Cinecittà. L’industria cinematografica era diversa, erano diversi gli uomini; non si guardava lontano per cercare idee, quando tutto il necessario era già sotto gli occhi. Nessun modello da copiare, eravamo noi, in Italia, l’alta scuola da imitare. I componenti di quell’industria si conoscevano tutti, si parlava senza intermediari, a volte bastava una stretta di mano sincera per siglare un accordo ma soprattutto si improvvisava, alle volte anche senza la presenza di un copione vero e proprio. E fu proprio il grande Antonio De Curtis in arte Totò, il volto umano e la maschera allegra di un cinema passato, a realizzare, nelle ultime tre settimane di riprese dell’ “Imperatore di Capri” terminato in anticipo, un capolavoro come “Totò cerca casa”, nato dunque senza grandi preparazioni e con un forte stile di improvvisazione. Oggi l’industria del cinema è diventata una multinazionale e le Major con le tasche piene ne stanno dettando le regole. È l’America, grazie anche alle sontuose scenografie e agli spazi immensi di cui sono dotati, ad imporre il proprio stile globale sbancando ai botteghini con i costosi Kolossal-giocattolo. Ma proprio noi, depositari del vero cinema di classe, abbiamo lasciato fin troppo spazio ad alcuni filoni cinematografici di cui potremmo tranquillamente farne a meno. I nostri attori provengono da scuole di recitazione, interpretando opere di importanti autori, fanno film reali senza leziosi abbellimenti tecnologici, basati solo sulla pura e schietta interpretazione. L’Italia, in questo periodo di assestamento politico e di crisi economica, debba essere totalmente fiera del trionfo, agli scorsi Academy Awards ad Hollywood, di Paolo Sorrentino. Il regista napoletano ha riportato il premio Oscar in Italia per il miglior film straniero, dopo quindici anni dalla statuetta conquistata da Roberto Benigni con “La vita è bella”. È forse giunta l’ora di oltrepassare le classiche commedie italiane dalle tematiche leggere, adornate da simpatiche battute sui politici ed altro e soffermarci attentamente sulla serietà di un vivo rinnovamento cinematografico. Non intendo screditare il cinema americano che ci ha consegnato capolavori importantissimi ma la storia ci insegna, facendo un tuffo nel passato, che le vere storie, quelle italiane, sono qui in mezzo alla gente ed era ora che registi emergenti come i promettenti Stefano Sollima, Edoardo Leo e Massimiliano Bruno ed altri veterani già affermati come Veronesi, Garrone, Tornatore ed il misterioso Ferzan Özpetek ne prendessero atto, portando il cinema italiano di nuovo sul podio che merita.

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