OMICIDI EFFERATI: quando gli avvocati rinunciano all’incarico.

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Nei casi di omicidio, soprattutto quelli divenuti casi mediatici di proporzioni gigantesche, figura di spicco è-quasi sempre- quella dell’avvocato difensore.
Sembra umanamente impossibile dover difendere un assassino conclamato, eppure, la legge ne garantisce la difesa in ogni caso, ovvero difendere un imputato non significa farlo assolvere quando colpevole: significa garantirgli tutte le tutele che gli garantiscono la procedura e il diritto penale. Ogni persona è innocente fino a giudizio definitivo, per la giustizia italiana.
Ma che cosa succede, quando , nei casi di assassinio l’avvocato decide di rinunciare all’incarico?
È successo con il delitto di Cogne, l’avvocato Taormina ha assistito fino ad un certo punto Annamaria Franzoni. Poi ha rinunciato.
Anche nel caso di Roberta Siracusa, la diciassettenne ammazzata dal fidanzato di qualche anno più grande: due sono stati gli avvocati che, nel susseguirsi, hanno rinunciato all’incarico.
Ad Avellino, entrambi i ragazzi accusati rispettivamente di aver architettato l’omicidio del padre e averlo eseguito, si trovano in carcere e al momento senza difesa, perché gli avvocati di entrambi hanno rinunciato all’incarico.
Qui, appunto, esistono due schieramenti: quelli che sostengono che sia immorale difendere un assassino e chi sostiene invece che la legge deve garantire la difesa.
Forse effettivamente, umanamente, l’istinto di voler attaccare un comportamento non giusto, ci porta a pensare che un assassino, che toglie la vita ad un’ altra persona, non dovrebbe essere difeso da nessuno, eppure probabilmente il lavoro degli avvocati, in alcune occasioni, va anche oltre questo, dove noi vediamo assassini, loro vedono prima di tutto una persona.

Carla Carro

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