SPERONE. Il Maio, tra cultura materiale, passaggio, folclore e fede

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Il discernimento alimenta e nutre la conoscenza, filtrando e sedimentando le distinzioni, con cui si connotano e rincorrono, come in un caleidoscopio, i molteplici profili della realtà, che s’intende porre sotto la lente d’ingrandimento, per coglierne i significati. E don Aniello Tortora, animatore dell’Ufficio della pastorale della diocesi di Nola per la pace, la giustizia e la salvaguardia del Creato, se n’è avvalso in modo proficuo ed incisivo, nel focalizzare, alla luce della visione cristiana, le connessioni che corrono tra la religione, intesa in senso lato, e le manifestazioni del folclore popolare; manifestazioni, che, nei territori e nelle usanze delle comunità del mondo cristiano,  l’immaginario collettivo  rapporta alle figure dei Santi, che per l’esemplarità di vita e per la testimonianza concreta della pratica dei valori del Vangelo la Chiesa cattolica innalza agli onori degli altari e che la tradizione spesso avvolge in aloni di leggenda e di mitografia.

Lo ha fatto, a suggello del pubblico convegno, svoltosi nella sala consiliare del palazzo municipale di Sperone, incentrato sul tema “Il maio, simbolo del culto arboreo e della valorizzazione del territorio. La tradizione popolare e gli aspetti del sincretismo religioso”. Un intervento di chiarificazione a tutt’arco, quello di don Aniello Tortora, per ancorare su un versante la religione, le ritualità, le pratiche di religiosità devozionale, vissute come “routine” , e su un altro versante ben definito la fede. Una distinzione, per sottolineare che la religione, sotto tutte le latitudini e in ogni tempo, nel rendersi istituzione sociale è stata- ed è-  fonte di potere, per se stessa, nel segno dei politeismi, dei fondamentalismi e degli assolutismi teocratici, o si è resa- e si rende- supporto del potere, quale religione di Stato; ed è la stessa religione, la cui carica d’alienazione annulla la dignità della condizione umana. Una fuga della mente e del sentimento nelle avvolgenti vertigini dell’irreale. Ed è il modello di quella religione, non a caso, definita  “ l’oppio dei popoli, che ottenebra ed offusca la razionalità e, magari, serve a scatenare “guerre di religione”, che hanno mascherato- e mascherano-  soltanto ed esclusivamente guerre di conquista e di dominio, come l’analisi storiografica soprattutto dei secoli passati avvalora ed attesta compiutamente.

La fede è ben  “altro” nella proiezione della trascendenza, pervasa e sorretta dalla concezione cristiana. La sua strada è tracciata- evidenziava Tortora– dal valore della carità, che ri-capitola e dispiega i principi della pace, della giustizia e della convivenza tra uomini e popoli nella libertà, secondo l’insegnamento del Vangelo. Un piano di vita e di condizione esistenziale ben impegnativo da praticare. “ Così può accadere che ci si professi cristiani, senza esserlo affatto negli atti e negli stili di vita”. E, calibrando il radar della riflessione sull’attualità sociale dei nostri giorni, don Aniello Tortora   fissava i molteplici fenomeni di asocialità e di  amoralità, da  cui è attraversata e che contrastano nettamente e radicalmente  con la visione cristiana della vita; e sono i fenomeni della pervasiva presenza della criminalità ambientale, della criminalità economica e finanziaria, coessenziali alla criminalità organizzata, ma anche  della pratica clientelare ed assistenzialistica con cui si saccheggiano i beni e le risorse pubbliche, per non dire  del malcostume della “raccomandazione”, degli addentellati del familismo e via proseguendo. Sono fenomeni, che, innervando e segnando capillarmente il contesto sociale, lo rendono se non estraneo, certamente  lontano dal senso cristiano della vita. Un’estraneità ed una lontananza, fatte di persone, in carne ed ossa, e non certo costituite da alieni, provenienti da Marte.

 Le festività e manifestazioni folcloristiche, in questo scenario, vanno  vissute come lievito di con-vivialità e di spirito comunitario. E’ la prospettiva, per la quale è necessario garantirne l’autenticità popolare, depurandole  da fattori ed  elementi di contaminazione impropri e falsi, così come dettano gli orientamenti dello specifico documento, diffuso qualche anno fa dalla Conferenza episcopale della Campania; orientamenti, per i quali le festività e le manifestazioni folcloristiche che la cultura popolare ri-conduce alle testimonianze della cristianità vanno recuperate alle loro valenze originarie, prefigurando per i Comitati organizzatori stringenti e vincolanti disposizioni in materia di trasparenza e di controlli in materia contabile, per le sottoscrizioni dedicate alla raccolta di fondi.

 Una scelta di campo netta, maturata anche sulla traccia di situazioni anomale, che si sono venute consolidando negli anni, trasformando le festività e le manifestazioni in “fabbriche” di… consenso per clan di camorra, in qualche caso per i politici,  procacciamento d’affari, ma anche occasioni per spreco di denaro, schiaffo al buon senso e alle difficoltà che vivono tante famiglie, uomini,donne e giovani per la marginalità generata soprattutto dalla crisi di questi anni. Come per dire che festività e manifestazioni, se  canalizzate nell’alveo della cultura religiosa di segno cristiano, non possono essere scisse dai valori della fede e del Vangelo, che hanno carattere primario. Un punto fermo nel più articolato quadro del progetto di evangelizzazione, per il quale non contano le apparenze e le formali convenzioni osservate per l’ipocrita ed ingannevole “bella immagine di ”, quanto e piuttosto la sostanza dei contenuti comportamentali e delle scelte chiare e nette.

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