CITTA’ METROPLITANE ED UNIONI INTERCOMUNALI, PER IL RIORDINO AMMINISTRATIVO DEI TERRITORI …di Gianni Amodeo

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CITTA’ METROPLITANE ED UNIONI INTERCOMUNALI, PER IL RIORDINO AMMINISTRATIVO DEI TERRITORI  ...di Gianni AmodeoLa nuova  mappatura delle istituzioni di governo dei territori, con lo “svuotamento” delle funzioni delle Province, nel disegno di legge, approvato dal Consiglio dei ministri. Stop ad almeno tre mila Enti intermedi, che bruciano risorse pubbliche, senza alcuna utilità d’interesse generale.

Città metropolitane, impulso, sostegno e riorganizzazione sia per  le Unioni che per le Fusioni  tra i Comuni. Ed ancora, ricognizione sistematica e puntuale sulla mappa amministrativa dei territori, per indicare almeno tre mila Enti intermedi, da sopprimere o ridimensionare nelle funzioni e nelle competenze, non esercitando alcun ruolo di pubblico interesse, ma bruciando soltanto notevoli risorse della fiscalità generale, per mantenerne le relative burocrazie, quasi sempre generate  dall’assistenzialismo clientelare.

 Sono i contenuti del disegno di legge, licenziato circa due mesi fa dal Consiglio dei ministri,  configurando il  sostanziale il ridimensionamento delle Province, che vengono  destituite di poteri e competenze, così come finora hanno esercitato. Uno scenario, quello prospettato dal disegno di legge,, che fa da ponte per l’organico progetto normativo da innestare  nella Carta costituzionale.

 Il disegno di legge sarà al vaglio della Conferenza unificata, con la partecipazione delle rappresentanze del governo nazionale, delle Regioni e degli Enti locali, per le integrazioni e le modifiche eventuali del testo, che passerà al successivo esame del Consiglio dei ministri per la definitiva approvazione. Ma per la completezza dell’iter e la relativa “messa in regime”, sarà necessario un anno, salvo intoppi ed ostacoli o possibili crisi di governo, anche se il percorso tracciato – sulla…carta-  si presenta lineare.

 Come che sia, l’articolato approvato dal Consiglio dei ministri, nell’organicità d’impostazione e degli obiettivi,  risponde alla domanda di riassetto dell’ordinamento amministrativo dei territori, a cui già negli iniziali anni ‘90  – sulla scia delle analisi e degli studi della Fondazione Agnelli risalenti a qualche decennio precedente- aveva dato una risposta normativa la legge di riforma delle Autonomie locali, prefigurando sia l’istituzione delle Città metropolitane sia la sviluppo dei processi di Unione e della successiva Fusione della pletora dei  Comuni. Una frammentazione particolaristica -quella degli oltre otto mila Comuni italiani-unica nel contesto dell’Unione europea, con sovrapposizioni di funzioni, competenze e regolamenti, in cui gli eccessi e le omissioni burocratiche s’intrecciano, per un caos…organizzato, di cui paga lo scotto il normale cittadino. Senza dire degli oneri che gravano sulla fiscalità locale, a cui corrispondono l’esiguità e la precarietà dei servizi..

 Ma sul capitolo delle Unioni, suscettibili di  trasformarsi,  dopo un decennio di esperienza,  in  Fusioni intercomunali, riconducibili ad un’unica entità istituzionale, é fondamentale il discorso pubblico che i ceti politici, le associazioni d’impegno socio-culturale e civico, le rappresentanze di categoria saranno in grado di articolare e sviluppare con ragionevole convinzione e determinazione tra i cittadini e nelle comunità, specie per quegli Enti locali, che non superano i dieci mila abitanti e che vivono sui territori di competenza  costanti criticità economiche di  quasi  dissesto  o di pieno  dissesto variamente “mascherati“.

 E’ il discorso pubblico,  che non solo sia calibrato  sulle valenze sociali ed economiche delle strutture dell’ associazionismo istituzionale, ma che comporti anche la ri-visitazione delle  vicende storiche delle municipalità   e le loro connessioni, le vocazioni produttive dei territori, da migliorare e potenziare in una visione di responsabilità comune, proiettata nel futuro. Un percorso, che tenga nella dovuta considerazione la visione complessiva dei territori, con conseguenti indirizzi di politica urbanistica,  mentre per le attività costruttive  exnovo é stringente e doveroso il ri-pensamento, che ne segni  il maggiore contenimento possibile o lo stop,  per puntare, invece, sulla riqualificazione e sulla ripristino funzionale del  “costruito”  esistente. Un passaggio obbligato- quest’ultimo-  sia  per i tassi di denatalità sempre più marcata – in  molti  Comuni delle aree interne agli uffici d’anagrafe non sono registrate nascite–da cui é interessata in modo irreversibile  la generalità dei territori del Sud,  sia per non sacrificare al moloch-cementizio ulteriori suoli agrari, destinati a costituire una risorsa aurea  per il presente e per il prossimo  futuro, se sarà restituito il ruolo che le compete all’attività primaria.

 E va da sé che sullo sfondo delle  Unioni da promuovere e delle Fusioni da auspicare, c’é il complesso problema degli assetti burocratici, da squadernare e focalizzare in tutti i suoi aspetti; problema di fondo,  da affrontare e da risolvere con certezza di obiettivi e metodi di trasparenza massima, tenendo ben chiaro che con i livelli di formazione delle attuali  burocrazie dei Comuni, il cammino della buona amministrazione è tutto in salita. Sono burocrazie  in larga misura  raccogliticce, per nulla selezionate  o  selezionate in concorsi taroccati, se sono stati espletati, e soprattutto  impreparate, dovendo rispondere- come sempre hanno fatto-  solo agli “interessi” dei  ceti politico-amministrativi, che esercitano il potere sui territori. E nel contesto comunitario europeo, i Comuni, specie nei livelli dirigenziali delle “macchine burocratiche”, devono, invece,  disporre di personale con profili manageriali netti ed affidabili.

  Non c’è alcun dubbio, d’altro canto, che i limiti e le inadeguatezze delle burocrazie municipali  concorrano a costituire i  profili della crisi strutturale della democrazia locale, in coma profondo dal dopo-terremoto dell’ 80 ;  crisi resa ancora più acuta dal vuoto pneumatico di quelli che un tempo si chiamavano partiti e che almeno riuscivano ad esprimere proposte di organizzazione della vita sociale ed economica per le comunità. Ne sopravvivono parvenze insignificanti, che mandano in scena “battaglie” di potere attraverso la cassa di risonanza mediatica di giornali od emittenti televisive più che accomodanti e …. servizievoli,  ad uso e consumo di capo-bande, senza seguito e consensi. Ma, ancor più spesso, sono capo-bande,  senza arte e parte, e con prebende assicurate, però,  da questo o quell’Ente parastatale. Nullafacenti…perfetti.  Con indice di credibilità  civile, pari a zero.

 Chiosa finale sul …comun buon senso, che corrobora le ragioni dello “svuotamento”  dei poteri delle Province. I contenuti della chiosa  si devono all’inchiesta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, pubblicata di recente dal “Corriere della Sera”. Si evidenzia che per le Province  la spesa corrente vale otto miliardi e 633 milioni di euro. E’ la spesa, con cui lo Stato paga gli stipendi al personale, gli affitti, le bollette, la benzina delle auto di servizio, le indennità per assessori e consiglieri. Le risorse utilizzate dallo Stato,  per “onorare” la spesa corrente- sottolineano Rizzo e Stella– sono l’equivalente dell’eliminazione dell’ Imposta municipale unica per la prima casa ed eviterebbero l’aumento dell’aliquota-Iva. Una constatazione, che fa dire, quale conclusione di buon senso comune: se dai un taglio netto alle Province,  rimuovi l’ambaradan sull’Imu sì e sull’Imu-no, sull’aumento dell’Iva-sì e dell’Iva-no; ambaradan, su cui si é giocata la campagna elettorale di febbraio scorso, con svolgimento ancora in corso…nel ribollire di chiacchiere sempre ripetute e rimbalzate da un versante all’altro della politica-politicante, con cassa di risonanza mediatica, tanto intensa da indurre …alla noia per assuefazione rassegnata, mentre  il problema-Imu\Iva  continua a restare…in standby. A meno che non arrivi qualche novità a giorni….

 Non c’é solo “questo”, nell’inchiesta di Rizzo e Stella. Le entrate delle Province nel 2011 sono state pari ad 11 miliardi e 963 milioni di euro, con un avanzo di 326 milioni. Tolti gli otto miliardi e 633 milioni di spesa corrente, restano per le spese in conto capitale solo due miliardi e 330 milioni. Come a dire, “per un euro d’investimento nei vari settori di competenza, addirittura tre euro e 70 centesimi sono utilizzati per mantenere in vita le strutture. Quasi il quadruplo”. Una partita fallimentare…prima di “aprirla”.

 Che altro c’è da aggiungere, per marcare l’inutilità delle Province, ridimensionandone lo status a Enti di secondo livello?  Nulla. Ma finora sono restate in proscenio, sia le “commissariate”, che quelle in normale esercizi con scadenza di ciclo amministrativo nel 2014. Sono misteri di…campanili e realtà di parassitismi di ceti impiegatizi e di carrierismi variamente congegnati,  di cui, però,  paga il conto il cittadino, in normale rapporto con la fiscalità locale, regionale e statale. Ed il capitolo delle Province inutili è analogo a quelle dei Tribunali da sopprimere. Una vicenda, quest’ultima, su cui la legge Severino ha fissato dei paletti, difficili da rimuovere e del tutto coerenti con l’attuazione del piano della  tanto attesa  razionalizzazione dei presidi giudiziari sui territori. Una razionalizzazione, i cui effetti dovrebbero maturare già il 13 settembre – con la “scomparsa” formale di 947 uffici giudiziari- e che  mira a rendere  normale l’esercizio della giurisdizione – quale ora non è-  per le lungaggini e le tortuosità dei gradi di giudizio e delle relative procedure, da cui è ingabbiata. Una situazione, che non di è di oggi, attestata com’è dalle tante condanne inflitte  dalla Corte europea per i diritti umani  di Strasburgo allo Stato italiano per denegata giustizia verso i  cittadini. E senza dire dei costi, che tutto ciò comporta per la fiscalità generale, ovvero per i tartassati contribuenti.

 Sono scelte, dettate dal comune buon senso- va ribadito-  che, però, continuano a infrangersi sulle compatte resistenze del miserevole cabotaggio localistico, le cui bandiere, magari, sono sollevate anche da parlamentari, senza alcun distinzione di partito, che  a Roma hanno votato… per la soppressione delle  Province e per la nuova mappatura dei Tribunali.

 Il gioco delle due o tre carte, in politica è antico quanto il cucco. Con tutte le ipocrisie che  ne sono linfa e nutrimento.

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