Santa Messa in occasione del Primo anniversario della morte del Comandante di Stazione dei Carabinieri di Calitri, Maresciallo Andrea Angelo Apicella, originario di Roccarainola

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Stasera alle ore 19,00 nella Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista in Roccarainola, è stata celebrata la Santa Messa in occasione del Primo Anniversario della morte del Comandante di Stazione dei Carabinieri di Calitri, Maresciallo Andrea Angelo Apicella, originario di Roccarainola

Ha presieduto la Santa Messa il parroco di Roccarainola, don Vincenzo Ragone. Ha concelebrato don Carlo Lamelza, Cappellano della Legione Carabinieri della Campania. Ecco l’omelia di don Vincenzo Ragone:

Santa Messa in occasione del Primo anniversario della morte del Comandante di Stazione dei Carabinieri di Calitri, Maresciallo Andrea Angelo Apicella, originario di RoccarainolaIn ogni Eucaristia, fratelli e sorelle, noi siamo in comunione con i nostri defunti, perché l’Eucaristia è il ponte tra il tempo e l’Eternità, tra ciò che accade qui e ciò che, oltre l’imperfezione e i limiti dello spazio e del tempo, accade davanti a Dio, nel suo cuore, laddove sono i nostri defunti. Oggi viviamo questa comunione con Andrea, a un anno dalla sua partenza da questo mondo. Vogliamo riannodare i vincoli di affetto, di amicizia, attraverso il Sacramento dell’Eucaristia e con il mezzo della preghiera, che ci fa scavalcare anche il tempo, ci fa raggiungere Dio e in Lui i nostri defunti. Ancora una volta manifesto la mia vicinanza, anche affettiva, a Palma, alla signora Maria, a Geremia e Annalisa, nel ricordo di un momento terribile della loro vita, che è diventato momento condiviso, e quindi terribile anche della nostra vita. Il mio saluto e la mia paterna benedizione a tutte le autorità militari e civili presenti in questa Eucarestia, in modo particolare il Capitano Minieri, Comandante della Compagnia di Sant’Angelo dei Lombardi; il capitano Gerardo De Siena, Comandante della Compagnia di Nola, il comandante di Stazione di Roccarainola, Maresciallo Francesco Lullo, e a tutta l’Arma dei carabinieri. Saluto il Sindaco di Calitri, Michele Di Maio con una rappresentanza della comunità di Calitri, e il Sindaco di questo nostro Comune di Roccarainola, Giuseppe Russo. Saluto e ringrazio della sua presenza, don Carlo Lamelza, Cappellano della Legione Carabinieri della Campania.

Nel Nuovo Testamento, e precisamente nel Capitolo 8 della Lettera ai Romani di San Paolo,  c’è un grido alto di speranza e in questo momento, vorrei che restasse impresso nella nostra mente e nel nostro cuore. Paolo sta parlando, in questo capitolo 8, di un sovvertimento, di uno sconvolgimento che avviene nel mondo, tanto che egli parla di “parto”: sta avvenendo un parto. Il parto è sempre doloroso, quindi anche la creazione, dice Paolo, geme e soffre nelle doglie del parto. Anche noi entriamo in questo circuito doloroso, ma che apre la via, la strada a qualcosa di bello. Poi esce in questo grido, che ripeto essere il massimo della speranza, nei testi del Nuovo Testamento: Fratelli, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Questa è la chiave di lettura di tutto quello che segue e che spero abbiate ascoltato: se Dio sta dalla nostra parte, che cosa potrà accaderci di tanto negativo da escluderci dal Suo Amore? Paolo dice: “Nulla!”. Egli che ha mandato il Suo Figlio e ha pagato col sangue del Suo Figlio, forse che non ci donerà ogni cosa insieme con Lui? E poi sempre Paolo: Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né altezza né profondità, né alcun`altra creatura potrà mai separarci dall`amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore. Allarghiamo questo concetto, cari fratelli e sorelle, e diciamo che né angeli né principati, né presente né avvenire, né morte né peccato potrà mai separarci dall`amore di Dio. Questa cosa è bellissima! Significa che qualsiasi cosa tu possa commettere, o tu possa aver commesso, qualsiasi situazione, anche di vita, tu possa vivere, tu stia vivendo, tu possa aver vissuto, l’amore di Dio è più grande. Questa è una cosa importantissima, che ci allarga il cuore e che ci fa comprendere come l’amore di Dio abbraccia ogni cosa. Quindi abbraccia anche la morte? Abbraccia anche un suicidio? Certo, tanto più che  possono venire dei cortocircuiti e nel momento in cui si abbuia tutto, si annebbia tutto (cortocircuito), può Dio condannarci, per un momento in cui abbiamo perso l’orientamento a tal punto da scegliere il contrario di quello che l’istinto della vita ci porta a scegliere? L’amore di Dio è più grande. Ho voluto accostare a questo testo quello più umano del Vangelo, dove un peccatore, all’ultimo, riesce a rubarsi il Paradiso, con una semplice espressione: “Gesù ricordati di me”.

Anche se sarà doloroso per Palma, la signora Maria, Geremia e Annalisa, per lArma, entriamo un attimo nel mistero di quell’attimo, di quella frazione di secondo in cui Andrea ha preso coscienza di quello che stava accadendo. È bastato, un “perdonatemi” per cancellare tutto, anche se poi nella nostra esperienza, dal nostro versante e quello della storia, rimane la piaga, rimangono le ferite sanguinanti, rimane il vuoto, ma quello che è importante per noi stasera è avere la certezza che Andrea sia salvo: questa è la cosa che ci interessa e la Parola di Dio ce lo ha attestato. Tra l’altro, mi viene in mente un’espressione del Salmo 138: è il Salmo di Dio che ti conosce: Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri… Ve lo potrei recitare per intero a memoria, ma è lunghissimo. A un certo punto, il salmista dice: Dove fuggire lontano dal tuo sguardo? Dove andare lontano da te? E fa delle ipotesi: Se salgo in cielo, là tu sei; se scelgo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali per abitare le estremità del mare, anche là mi guida la tua mano. Se dico: “Almeno l’oscurità mi copra e intorno a me sia la notte” nemmeno le tenebre per te sono oscure e la notte è chiara come il giorno; per te le tenebre sono come luce. C’è questo tentativo di sottrarsi allo sguardo di Dio. Lo facciamo continuamente, come quando da adolescenti ci vogliamo sottrarre allo sguardo dei genitori, degli educatori. Se vado in cielo, ci stai; se scendo negli inferi, ancora ti trovo; se dico “Vado lontano, prendo le ali dell’aurora”, cioè mi allontano fisicamente dal luogo dove tu dimori (ovviamente il riferimento è a Dio), anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra. C’è una sola ipotesi, dice il salmista, in cui tu non puoi esserci: il buio. E qui il buio è il male, il buio è la morte. Ma paradossalmente il salmista, anche quando si rifugia al buio – se dico: “Almeno le tenebre mi coprano e intorno a me sia la notte” – si accorge che Dio è anche là: Nemmeno le tenebre per te sono oscure e la notte è chiara come il giorno. Allora all’atto in cui Andrea è precipitato nel vuoto, Dio lo ha preso: è bellissimo questo. Dio ti prende e ti sorprende. Ti sorprende perché ti prende anche là dove tu pensi che non ci sia. D’altra parte, può esserci un luogo umano, forse anche il peccato, in cui Dio è assente? No, perché noi siamo attraversati dalla Sua presenza, siamo fatti non solo da Lui, ma di Lui. Allora questo momento, cari fratelli e sorelle che mi ascoltate, può diventare un momento redentivo e di grande lancio della speranza: Dio mi accompagna dovunque, anche nella notte buia della mia vita. La notte oscura della nostra vita è un momento difficile: la notte oscura è il momento della solitudine, è il momento in cui ci sembra che gli altri non ci amino, che l’amico/l’amica si sia allontanata. La notte oscura è il momento che ha fatto nascere la preghiera più bella, che noi troviamo nel Vangelo, che è sulla bocca dei discepoli di Emmaus: Resta con noi, Signore, perché si fa sera. È per questo anche che la sera, nelle nostre case, ci cerchiamo, che la sera ci contiamo, che la sera diciamo in casa: “Sono tornati tutti?”, perché la sera è un momento in cui ci possiamo perdere, in tutti i sensi. Permettetemi di dire questo ai giovani: Anche voi, spesso vi perdete di sera sia nella notte oscura della vita, sia nella sera in senso temporale. Perché la sera contiene anche questa sorta di tenebra esterna, che parla di una tenebra interiore, che parla di un “Mi sono perso”. A volte ci perdiamo, ma Dio viene in aiuto a te, che ti sei perso nelle tenebre, e ti prende per mano, come facevano i tuoi genitori con te, quando ti perdevi da bambino: “Ecco, ti ho trovato, torniamo a casa”. Questa Eucaristia deve significare per noi questo: “Ti ho trovato, torniamo a casa. Non aver paura del buio, non aver paura delle tenebre, quelle fuori di te, ma ancor più di quelle dentro di te”. La maturità consiste nel saper convivere anche con le tenebre che ci portiamo dentro, con gli interrogativi senza soluzione, con i “perché” che ci fanno male. La maturità è saper andare avanti, dicendo: Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Se Dio mi ha chiamato Suo figlio, nel Battesimo, che cosa mi potrà separare da Lui? E la risposta è: nulla! Nulla, perché questa è una domanda retorica, cioè Paolo chiede, ma in qualche maniera sente che, noi che ascoltiamo questo interrogativo, abbiamo già la risposta: “Nulla”. Se nulla ci potrà separare, allora anche Andrea, non è stato separato dall’Amore di Dio, ma preso. Se ci fosse stato qualcuno a prenderlo in quel momento sarebbe vivo, ma questo adesso è irrilevante per noi. L’importante è che lo ha preso Gesù nelle sue braccia piagate, per dire: “Andrea, ho pagato anche per te: tu sei mio figlio”. Un figlio noi, con i vincoli del sangue, non lo rigetteremmo mai, quanto più Dio nei nostri confronti.

Voglio concludere con un testo non liturgico, ma che mi è venuto in mente stamattina. È una canzone che appartiene più alla  generazione di genitori ed è “Terra mia” di Pino Daniele. Perché faccio questo riferimento? Sembra non avere attinenza. Pino Daniele allora cantava – e questa canzone è valida ancora oggi – “Terra mia, terra mia…”, perché la guardava da lontano: “Comm’è bello a te guardà”. Così come un uomo guarda la sua donna, dobbiamo guardare la nostra terra, ma Pino Daniele, come noi nei confronti di questa terra nella quale viviamo, si accorgeva, e noi ci accorgiamo, che è una terra devastata, è una terra apparentemente  arida, dove sembra non succeda nulla di rilevante, dove c’è aria stagnante. Lui utilizza questa espressione, che vorrei consegnare ai giovani e alle prossime generazioni:   Non è vero che le cose devono andare sempre in una direzione, non è vero che non c’è speranza, non c’è possibilità di redenzione: Nun è overo nun è sempe ‘o stesso, ogni juornë po’ cagnà’. Per questo cambiamento, i protagonisti siete voi giovani e giovani adulti. Gli adulti e gli adultissimi sono gli allenatori, ma l’allenatore non ha più l’elasticità del giocatore: adesso dovete giocare voi cari giovani e giovani adulti. Gli adulti e gli adultissimi sono i vostri mister e il mister fa il tifo per la sua squadra e grida. Così fanno gli adulti stasera,  e vi dicono, ve lo dice il vostro Parroco, a nome di tutti i vostri papà, le vostre mamme, i vostri insegnanti: tu puoi cambiare te stesso e, cambiando te stesso, tu puoi cambiare il mondo, in modo tale che questa terra (Terra mia) non debba essere una terra di lacrime, una terra amara, una terra avara (ed è l’esperienza che facciamo). Questa nostra terra, la Campania, questo nostro territorio è affidato a voi nuove generazioni, a voi giovani e a voi giovani adulti e chi ancora si sente giovane nonostante l’età: coraggio, allenatevi bene, allenate i muscoli e il cuore anche per Andrea, che si è ritirato in panchina, ma il Signore lo ha già portato in Cielo. Anche per Andrea, con grinta, potete cambiare il mondo, potete cambiare questa terra, rendendola da deserto, giardino

 

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