Sulle tracce di San Felice di Nola Presbitero a Tavèrnola S. Felice in Irpinia. Le suggestioni e la riscoperta del rito della “rosamarina”

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Reportage di Antonio Fusco

Tavèrnola San Felice, gemellata con San Felice in Pincis, a Cimitile, è una tranquilla frazione del comune di Aiello del Sabato, in provincia di Avellino, alla quale fu annessa nel 1927. L’origine del nome deriva chiaramente dal latino tabèrnula, e sta a ricordare una taverna, un punto di sosta e ristoro, lungo l’antica strada sannitica, poi deviata su un altro percorso, che collegava Nocera, Avellino e Benevento.

Una citazione documentaria del 1873, riferendosi ad una cappella della confraternita del Ss Rosario, riporta che questa era ubicata nel 1507 nella chiesa di S. Felice di Nola, attestandone quindi l’esistenza all’inizio del XVI secolo, ma prima di tale anno non si hanno notizie cronologiche certe circa la sua origine. Dato che nella diocesi d’Avellino, fondata nel IV secolo, erano presenti nell’Alto Medioevo molte comunità di cristiani che si recavano per devozione presso le Basiliche di San Felice in Pincis, allora nel tenimento territoriale di Nola, si è ipotizzato che siano stati costoro a custodire a Tavèrnola, in una cappella cimiteriale già esistente, un suo frammento osseo ricevuto durante un pellegrinaggio

Per quanto riguarda questa reliquia è più storicamente attendibile che possano essere stati i Longobardi a trasferirla a Tavèrnola, visto che favorirono la devozione del Santo in alcune contrade dell’Irpinia, questi erano convinti della forza protettrice delle osteoreliquie e, pertanto, adottando questo criterio, finalizzato a dotare Benevento ed i loro territori di potenti protettori, si impossessavano con la forza o con stratagemmi delle spoglie mortali dei santi, togliendole al controllo dei nemici, i quali essendone stati privati   ne perdevano anche la difesa. Tra le molte reliquie trafugate, le più note sono quelle dei Santi Gennaro, Paolino, Bartolomeo,  Mercurio, Trgofimena.

Nel 1585 al toponimo originario di Tavèrnola si aggiunse quello di San Felice per rendere omaggio al Patrono del Borgo e nel 1587 la chiesa a lui intitolata fu eletta a parrocchia autonoma dal Capitolo della Cattedrale.

Nel 1592 per necessità funzionale fu ingrandita con la costruzione dell’abside che andò a coprire l’antico sito cimiteriale romano-cristiano, trasformandolo in una cripta o “specus martyrum”, attualmente non accessibile. Nel 1852 la navata fu abbellita con preziosi inserimenti marmorei e con due fastose nicchie arcuate con le statue della Vergine del Rosario e di Cristo Benedicente. Sull’altare maggiore si staglia il busto policromo di S. Felice Presbitero e Martire. Nella lineare facciata con timpano sommatale si notano due frammenti plastici di epoca romana con teste, metope e triglifi, chiaramente appartenuti ad una tomba dell’antica necropoli romana in cui si trovava il primo tempietto feliciano. 

Sulle tracce di San Felice di Nola Presbitero a Tavèrnola S. Felice  in Irpinia. Le suggestioni e la riscoperta del rito della “rosamarina”La festa

Il 14 gennaio, quando ricorre la festa del Santo Patrono preceduta da una novena, si celebrano solenni funzioni religiose che prevedono il canto dellInno popolare a SS. Felice, la recitata della Supplica e l’esposizione della reliquia. Con il devoto concorso dei tavernolesi e degli abitanti dei dintorni intorno alle ore 11 ha inizio la processione del busto del Santo. I festeggiamenti prevedono anche l’accensione mattutina di un falò (fucarone) nello slargo davanti alla chiesa, nonché luminarie, concerto bandistico e fuochi d’artificio di chiusura.

L’incanto della rosamarina

Ancora oggi si mantiene viva la tradizione della “rosamarinache si svolge il Sabato Santo. Per l’occasione si allestiscono molti mazzetti di frasche di pino, una volta di rosmarino, ai quali sono legate due arance, un limone e un’immaginetta di S. Felice. Una rosamarina più grande e più addobbata viene posta presso l’ingresso della chiesa. Di primo mattino i mazzetti di “rosamarina sono benedetti e poi, accompagnati da organetti, tamburelli, triccaballacche e dal canto di stornelli popolari, sono portati con un automezzo  dai giovani per buon augurio presso ogni abitazione di Tavèrnola. In cambio ricevono offerte di denaro e doni in natura, quali salumi, uova, vino; questi poi sono messi all’asta e il ricavato, insieme con il denaro contante raccolto, è devoluto per l’organizzazione della festa. Le strofe degli stornelli, oltre ad avere un significato devozionale e di popolare galanteria nei confronti delle donne, possono essere anche salaci; A riguardo ne riportiamo tre: – “Mo ve mettimmo sta rosamarina, a nome e tutti i santi, a nome e san Felice, -“Bella figliola comme ve chiamate?. Me chiamme sanacore, che voliti?. Giacché vui sanacore vi chammati, sanatimi sto core se putite”, –Oi né ca mo to metto o catenaccio mio ‘n faccia a sta porta. ‘O catenaccio mio è tutto acciaio, ‘na vota c’aggio miso sta sicuro. Questo rito tradizionale risulta essere una trasposizione dissimulata in chiave cristiana di un’antichissima religiosità pagana collegata al culto della dea Cibele, personificazione della Terra Madre nel significato della rinascita della natura vegetale ed animale nell’equinozio di primavera. Si ritiene anche che le foglie di pino e di rosmarino essendo appuntite e pungenti, abbiano avuto una funzione apotropaica contro le fatture, il malocchio e ogni influsso negativo. Inoltre, la simbologia del limone tra due arance deve essere collegata ad antichi rituali priapei riferiti alla fertile funzionalità degli organi sessuali maschili.

(Ringrazio i sig.ri Gerardo Bonito e Cucciniello Francesco per la gentile disponibilità)    

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